A chiusura dei lavori il Giornale di bordo si riserva di attribuire alcuni riconoscimenti a una selezione di spettacoli presentati al 40. Festival Internazionale del Teatro della Biennale. A giudizio dei redattori, gli spettacoli scelti sono risultati tra tutti, per precise motivazioni, degni di particolari menzioni.

Per cui la redazione testi composta da Agnese Bellato, Ilaria Faletto, Dafne Foderà, Silvia Gatto, Rossella Placuzzi, Anna Serlenga, Camilla Toso, Carlotta Tringali e presieduta da Andrea Porcheddu e Daniela Sacco ha concordato all’unanimità di assegnare le seguenti menzioni a 5 spettacoli scelti tra quelli presentati al Festival:

–      Menzione per migliore spettacolo italiano

attribuito allo spettacolo Nero inferno con la regia di Alessandro Taddei per:

 

la semplicità dei mezzi utilizzati rispetto all’efficacia della resa scenica; l’attinenza all’attualità; la dimensione etica e politica; il valore laboratoriale, progettuale e di scambio culturale implicati nello spettacolo.

 

–      Menzione per il migliore spettacolo straniero:

 

attribuito allo spettacolo Argelino servidor de dos amos con la regia di Andrés Lima per:

 

la capacità di attualizzare Goldoni facendo emergere la questione dell’immigrazione; le capacità attoriali; la natura spiccatamente e drammaticamente mediterranea dello spettacolo.

 

–      Menzione per la migliore regia:

 

attribuito allo spettacolo Morso di luna nuova con la regia di Giancarlo Sepe per:

 

l’efficacia della resa scenica; la direzione attoriale e il lavoro corale organico; la ricerca sonora; l’uso delle luci.

 

–      Menzione speciale della critica:

 

attribuito allo spettacolo Winter Gardens con la regia di Nikita Milivojević per:

 

la ricerca di una nuova drammaturgia; l’uso di un linguaggio scenico efficace ed essenziale; l’uso pertinente del linguaggio multimediale.

 

–      Menzione per la migliore drammaturgia:

 

attribuito agli autori dello spettacolo Ploutos Stefano Ricci e Gianni Forte per:

 

la capacità di attualizzare Aristofane nella forza ed efficacia del linguaggio satirico; la plasticità della riscrittura che gioca sapientemente con neologismi e la reinvenzione del dialetto romanesco improntato all’immaginario anni ‘60.

 

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Zaira Zarotti

 

Perché fare critica? E perché chiederselo proprio ora che la Biennale si è appena conclusa?

Prima la risposta alla seconda domanda: perché è solo con la pratica che si impara a patirne le conseguenze sulla propria pelle e a prendere coscienza del peso delle parole dette. Se poi la critica è percepita anche dall’opinione pubblica, o almeno da un certo numero di persone, si arriva anche a comprendere quali dinamiche vengono da lei messe in moto, dinamiche sociali, emotive, politiche ed economiche. Quindi solo dopo un periodo di pratica si può cercare una risposta alla prima domanda. Forse però, per arrivare alla soluzione del quesito, è meglio rovesciarlo al negativo: perché non fare critica?

Si può decidere di non esprimere un giudizio per tanti motivi: per codardia, per mancanza di capacità di analisi, per poca fiducia in se stessi, per comprensione nei confronti di chi dev’essere valutato. Ma forse alla base c’è la paura, la paura di giudicare in quanto processo che porta inevitabilmente all’essere giudicati: perché nessuno ama essere oggetto di critiche, anche di quelle mosse con le migliori intenzioni. In fondo siamo tutti permalosi, e sentire che il nostro operato viene analizzato dall’esterno ci scuote, ci intimorisce, perché sappiamo che potremmo non saper ribattere o peggio ancora potremmo accorgerci del vuoto che sta alla base del nostro pensiero.

 

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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Tutto ci ha preso il mare”, dicono le donne vestite di bianco, mogli e madri degli uomini che se ne sono andati. Sulla scena alcune sedie, simbolo di un’attesa senza tempo, istanti immobili, eterni e tragici. Hanno dimenticato tutto le protagoniste dello spettacolo Le donne e il mare, di Enrico Fiore, diretto da Orlando Forioso, basato sulle opere del poeta greco Jannis Ritsos. Le loro voci si sovrappongono, si mescolano ai canti, quelli della tradizione sarda interpretati da Elena Ledda, in un gioco di nostalgia e rassegnazione, ma anche di accettazione della realtà. In fondo, probabilmente, non avevano mai conosciuto i loro mariti e i loro figli. “Noi comandavamo la casa, loro la nave. Ma la nave si muove”, affermano con consapevolezza. La loro forza è la leggerezza, la capacità di scorgere la paura nel volto dell’amato, senza mai farlo capire. Lo sguardo sempre basso proprio per questo, in contrasto con l’orgoglio degli uomini: “Li guardavamo solo quando si giravano di spalle”, confessano. Leggi il seguito di questo post »

 

 

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Donne che non hanno identità, che non ricordano il loro nome, che continuano ad aggrapparsi ai ricordi di quelle loro vite sospese e dedite all’attesa. Sono queste  le protagoniste dello spettacolo diretto da Orlando Forioso Le donne e il mare, con cui ieri sera si è concluso il festival veneziano al Teatro Piccolo Arsenale. Con abiti che sembrano richiamare l’appartenenza a un ordine religioso, le sagome di queste sette donne vengono delineate dal riverbero delle luci fredde e omogenee che illuminano il fondo della scena, restituendo un’atmosfera onirica. Su una scenografia semplice, dove l’essenzialità di pochi oggetti pone al centro l’attenzione su una dimensione fisica e spirituale, prendono vita i sentimenti e i pensieri di queste figure quasi angeliche. La poesia greca di Jannis Ritsos ritorna attraverso la rielaborazione di Enrico Fiore e trova voce ed espressione in sette attrici eccezionali, che costituiscono un coro esemplare. Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Fulvia Carotenuto, Elena Ledda, Marilena Monti, Isella Orchis e Maria Grazia Sughi sono semplicemente donne che si fanno carico di questa attesa, dimenticando loro stesse, annullandosi, vivendo all’ombra dei propri uomini. Ognuna di loro restituisce piccoli quadri che vedono al centro i propri mariti e i propri figli, figure che trovano una salvezza o un posto nel mondo grazie alle loro parole, ai loro ricordi e che senza non esisterebbero.

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Quante e quante volte si chiederà ancora “cos’è il Teatro?” Quante e quante volte si cambierà risposta… Un’immagine, un colore, una parola. Qualcosa di chiaro e indistinguibile. Una presa di posizione rispetto il mondo, un mondo in risposta ad un altro mondo, una domanda in risposta ad un’affermazione e viceversa…Un quadro.
Esco dallo spettacolo NeroInferno con un’immagine fissa negli occhi. Solo mezz’ora di spettacolo, senza parole, senza azioni, senza attori. L’assenza. Eppure mi è rimasto addosso un mare di emozioni, sensazioni forti, crude, dure; difficili da mandar giù e ancora mi restano imprigionate nelle mani. Ho visto qualcosa di chiaro e preciso, tagliente, disarmato e disarmante. Allora mi alzo, applaudo, sono entusiasta, perché è questo che vorrei dal Teatro. Un’idea, una poetica, una linea chiara da seguire, una traiettoria, coerenza anche nella contraddizione; ma non è quanto vedo ultimamente. Vedo un Teatro troppo concentrato su se stesso, ritorto, articolato e balbuziente. Insicuro nelle sue scelte, e intraprendente in false battaglie. Un Teatro che si gonfia davanti allo specchio senza accorgersi che di là c’è il pubblico dormiente, spesso altrettanto ipocrita e indifferente quanto la scena.  Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Sono a migliaia, ma vivono come esseri invisibili, anonimi, in nero in tanti paesini del Mediterraneo, su tutte le sue coste, senza distinzione. Sono le donne di questo mare, mani consumate e schiene rotte dal lavoro, le rughe che solcano il viso, e i ricordi che riempiono le menti, come ultimo ed unico tesoro rimasto per allietare le lunghe giornate passate su seggiole fuori dai portoni delle case. In Le donne e il mare, per la regia di Orlando Forioso, questi ricordi diventano poesia grazie al testo di Jannis Ritsos, riadattato da Enrico Fiore per creare un corale mediterraneo che racconta proprio di loro, di queste donne. Anche in scena restano anonime, perché il loro canto è quello di tutte le madri che hanno dato alla luce figli, e con tanti sacrifici li hanno cresciuti per poi vederli partire uno ad uno verso il campo di battaglia, o semplicemente un posto di lavoro, e magari questi figli ora sono lontani, o forse morti. Ma l’orgoglio per essere riuscite a dare ai figli un’esistenza diversa dalla loro è più forte della disperazione: queste madri conservano sempre una dignità che ha dell’incredibile, se lo spettatore non ha mai avuto la fortuna di conoscere una di loro. Leggi il seguito di questo post »

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti 

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Suggestioni e emozioni di paura, sofferenza, angoscia; coinvolgimento istintivo e viscerale dello spettatore da parte dell’attore: questo è il Teatro del Lemming.

La legge di Dio opposta alla legge degli uomini; il dolore di una donna – Antigone – che trova inaccettabile e contro ogni diritto umano il rifiuto da parte di un uomo – Creonte –, e delle sue civili leggi, il non poter seppellire il fratello – Polinice –, solo perché nemico della città di cui l’uomo in questione è governatore: questo è Antigone di Sofocle.

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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Scegliere di alzarsi, togliersi le scarpe, salire sul palco, indossare una veste bianca e un velo sul capo. Abbandonare il proprio posto in platea, quel posto che per convenzione tocca agli spettatori, rinunciare a vedere lo spettacolo per “viverlo”, rischiando magari di infrangere qualche legge sulla sicurezza nei teatri, come sottolinea il regista Massimo Munaro, invitando provocatoriamente  a restare seduti.
Forse, se il Teatro del Lemming, artefice di Antigone a Fondamenta Nuove, avesse rivolto la domanda al pubblico prima che questo si impossessasse delle poltrone di platea, molte persone in più avrebbero seguito Antigone. Ma la proposta arriva quando la gente è seduta: e si è ritrovata, così,dalla parte di Creonte, ossia delle leggi, delle normative e della sicurezza quasi senza volerlo: è per andare dall’altra parte, da Antigone, che gli spettatori devono compiere un atto di volontà preciso. Perché se le leggi di Creonte sono chiarissime, mentre Antigone si esprime in una lingua incomprensibile: e bisogna solo fidarsi dei suoi sguardi accorati che pregano di seguirla sul palco.

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