foto di Paco Manzano

Javier Gutiérrez, foto di Paco Manzano

 

Se Italo Calvino definiva un classico “un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” non possiamo non considerare Il servitore di due padroni, canovaccio scritto nel 1745 da Carlo Goldoni, un classico del teatro. Il testo, noto anche come Arlecchino servitore di due padroni, nel corso degli anni è stato oggetto di molte riletture e ha preso vita sulla scena adattandosi alle volontà espressive di più artisti, anche stranieri, che ne hanno fatto un veicolo attraverso il quale esprimere la loro necessità teatrale. A partire proprio dalla indimenticabile regia di Giorgio Streher, che dal 1947 viene rappresentata in tutto il mondo, e che da quarantanni vede nei panni del protagonista Arlecchino lo straordinario Ferruccio Soleri.
Probabilmente anche Andrés Lima, regista spagnolo dello spettacolo Argelino sevidor de dos amos, in scena al Teatro Toniolo di Mestre il 20 e il 21 febbraio, considera questo intramontabile testo capace di riportare a oggi, anche a distanza di secoli dalla sua prima scrittura, il vincolo di sottomissione che lega un servo al suo padrone.
Lo spettacolo, recitato in spagnolo e in arabo, dimostra che di Arlecchini se ne trovano in ogni luogo e in ogni tempo, e sta proprio in questa apertura la bellezza e l’importanza del personaggio, che lo rende facilmente adattabile anche a altre culture e a altre lingue. La continua lotta per il cibo, l’infaticabile ricerca di un tetto sotto il quale dormire, che costringe  uomini, soprattutto immigrati, a lavori umili e umilianti, spesso in condizioni di sfruttamento, è la chiave di lettura che Lima ha scelto per l’Arlecchino e che si presta perfettamente a essere filtro della nostra attualità.
Già Marco Martinelli, guida del Teatro delle Albe, nel 1993 aveva ideato, per la regia Michele Sambin, uno spettacolo in cui Arlecchino, interpretato da Mor Awa Niang, il primo Zanni con la pelle nera, incarnava la figura eterna dello straniero che, nella migliore tradizione, cercava fortuna lontano dalle sue terre prive di risorse. La condizione umana che viene descritta dal canovaccio di Goldoni non può che essere definita estremamente contemporanea, anche se il contesto sociale e politico settecentesco raccontato dall’autore è sicuramente meno tragico di quello affrontato da Lima nel suo spettacolo.

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