Con il leone d’oro ad Irene Papas, ha inizio il 40. Festival Internazionale del Teatro: alla conferenza stampa di lunedì 16, svoltasi nella sede della Biennale di Ca’ Giustinian, il direttore artistico Maurizio Scaparro presenta la manifestazione con soddisfazione. “È un Festival che nasce dal Laboratorio” sottolinea orgogliosamente Scaparro. Metà degli spettacoli presentati in questa edizione hanno preso vita durante il Laboratorio Internazionale del Teatro svoltosi nello scorso novembre. Il direttore artistico aggiunge che è la Biennale stessa a produrre ben tre spettacoli presentati in questo festival. Ed è un dato significativo in questo momento non facile per il teatro e per la cultura. “È difficile in questi tempi non nominare la parola crisi, ma – come sottolinea Luana Zanella  Assessore alla Produzione Culturale del Comune di Venezia – , è fondamentale non dimenticare il principio che per sopravvivere è necessario partire da ciò che si ha e soprattutto utilizzarlo al meglio”. Quindi, nonostante i sempre minori finanziamenti destinati al teatro, è prezioso riconoscere le risorse culturali e intellettuali esistenti, senza dimenticare che queste ricchezze difficilmente possono essere tagliate o diversamente investite. Concetto che Luana Zanella condivide con Maurizio Scaparro, di cui riconosce e apprezza anche il lavoro sul territorio, per non dimenticare che è la realtà locale per prima a creare cultura. Venezia è un luogo in cui lo scambio culturale è connaturato al suo storico ruolo di città multiculturale.

 

Molte le suggestioni che emergono da questa prima conferenza stampa: Stefano Pagin, presentando Orlando (spettacolo frutto del riadattamento del famoso romanzo di Virginia Woolf), evoca il mito di Aristofane dal Simposio di Platone: ogni essere umano è solo la metà di un essere originariamente unico e perfetto successivamente diviso in due parti, tutta la vita è una ricerca della propria metà che ognuno prova a riconoscere nell’altro. Complementarietà esistenziale che il regista vuole proporre nel suo spettacolo tramite scambi di ruoli nei quali, anche se mutano le sembianze, le due metà combaciano sempre.

Il regista Lorenzo Salveti, con il suo lavoro L’impresario delle Canarie, porta in primo piano il problema della lingua e delle sue radici assieme agli allievi del secondo anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”.  Salveti mette alla prova la scrittura di Metastasio in una messinscena che nasce nell’intento di esprimere la personale creatività ed espressività degli attori e simultaneamente perpetuare la tradizione del linguaggio.

Le sorelle Brontë, scritto nel 1964 dall’autore Bernard de Zogheb e concepito come “intrattenimento domestico”, viene proposto dal regista Davide Livermore sottoforma di esperimento misto a vaudeville e operetta, presentando uno spettacolo dalla grande comicità musicale e dal forte aspetto parodistico. Dal testo emerge l’uso di una lingua franca derivante dalla fusione di italiano, francese e spagnolo, che sappiamo essere presente fino anche alla metà del secolo scorso in ambienti cosmopoliti come Alessandria d’Egitto, città in cui viene scritto il testo. Come fa notare il regista, una lingua franca è un gergo che storicamente nasce dalla necessità di comunicare, ma è una forma verbale con la quale tutti possiamo entrare in contatto se ascoltiamo il linguaggio che utilizzano la maggior parte degli immigrati che incontriamo quotidianamente.

 

© Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

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