fotografia di Zaira Zarotti

foto di Zaira Zarotti

Vaudeville, cabaret, operetta: difficile dare una definizione a Le sorelle Brontë in scena al Teatro Goldoni per la regia di Davide Livermore. Parti recitate si alternano ad altre cantate sulle arie più disparate e note, da Verdi a famosissime canzonette, in una scena semplice che, con pochi elementi, ricostruisce un ospizio di qualche decennio fa. Infermiere e suore di tutte le nazionalità rendono viva e assolutamente plausibile l’astrusa lingua franca in cui è composto il libretto di de Zogheb.

Il gioco musicale è dichiarato fin dalle prime battute, aggiunte al testo originale da Stefano Valanzuolo per creare

foto di Fabio Bortot

un’introduzione ed una giustificazione alla messa in scena dell’operetta all’interno della casa di cura – che diviene una recita per i parenti degli anziani ospiti, a tratti fin troppo coerente con questa trovata drammaturgica, con gag un po’ ingenue. Il preambolo è anche occasione per creare, sfruttando la multietnicità del cast, un momento di palese satira sulla condizione dei moltissimi lavoratori extracomunitari nel nostro Paese ai quali decreti-“sicurezza” impediscono diritti umani basilari.

Satira che tornerà con forza nel finale, dove una presa che tiene in vita la moribonda Emilia Brontë viene staccata, richiamando inevitabilmente alla mente recenti fatti di accanimento terapeutico, religioso e mediatico. Carlotta Brontë ridarà vita alla sorella per qualche minuto ancora, riattaccando la spina, ma citando e beffeggiando la recente pubblicità progresso: “il teatro allunga la vita”.

Forse il Consiglio dei Ministri pretende un po’ troppo dal teatro, ma se non allunga la vita, sicuramente uno spettacolo come Le Sorelle Brontë farà passare agli spettatori due piacevoli ore, grazie soprattutto ai mattatori Davide Livermore e Alfonso Antoniozzi, che divertono e si divertono in scena senza mai risparmiarsi. Il resto del cast, interamente femminile e composto dalle giovani

allieve della scuola di Alto Perfezionamento dello Stabile di Torino, affronta con bravura e convinzione la versatilità richiesta da una partitura canora così multiforme, senza lasciare in secondo piano la recitazione ed i balletti a cui sono chiamate per questa messa in scena. Il risultato di questo grande impegno è un gioco spassoso, volutamente senza alte pretese, che a volte insiste forse troppo a lungo su alcuni momenti, ma che, nel complesso, apre le porte a un divertismant raro da vedere di questi tempi.

© Zaira Zarotti

 

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