Mar Mediterraneo inteso come diversità di paesaggi, come fusione di popoli, come origine di una comune cultura, ma anche come crogiolo di lingue. In alcuni spettacoli di questa Biennale si nota una particolare attenzione nei confronti del linguaggio: sia nel tentativo di trovare un esempio di lingua unificatrice, come quella “franca” parlata e cantata in Le sorelle Bronte, con cui si è aperto il Festival; sia nel voler prestare particolare attenzione alle potenzialità presenti in una specifica.

In L’impresario delle Canarie, in scena domenica 22 febbraio e lunedì 23 al Teatro Giovanni Poli Santa Marta, sarà proprio la lingua italiana ad essere indagata, nell’unico ambito in cui può ancora essere considerata come lingua internazionale: il teatro musicale.

Per questo motivo il regista  Lorenzo Salveti ha scelto di trasporre in recitato la scrittura di Pietro Metastasio,  magnifico poeta e librettista del Settecento che riuscì ad imporre a livello europeo l’italiano come lingua d’opera e di teatro. Il suo linguaggio lucido e cristallino, che riesce a fondersi con perfetta naturalezza alla partitura musicale, e la struttura controllata delle sue opere, in cui l’azione perde d’importanza davanti  all’indagine degli stati d’animo dei personaggi, divennero per un intero secolo un esempio da imitare.

Come direttore dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Salveti ha sentito la necessità di riflettere sul significato attuale della nostra lingua, gettando un occhio alla tradizione e un altro alla possibilità di sperimentare, in accordo con la filosofia adottata dall’Accademia di svecchiare le proprie  modalità d’insegnamento.

I ragazzi del II anno  si sono così dovuti confrontare con un autore antico e le sue opere meno conosciute, quali gli Intermezzi, le Azioni, le Feste Teatrali, le Cantate e le Rime, per spingere con nuove parole la fantasia dello spettatore verso spazi e tempi lontani, saltellando dal Mediterraneo all’Estremo Oriente.

L’esperimento incuriosisce per i suoi possibili risvolti: una lingua passata è sì una lingua morta, ma anche nuova proprio perché dimenticata, e l’improvviso ricordarla – rendendola ascoltabile – potrebbe far scoprire terre di linguaggio non ancora esplorate o germi di espressioni da sviluppare, ma anche rimanere semplice eco vuoto di suoni indecifrabili, che non comunicano più nulla.

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