Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

Quando si sceglie di parlare attraverso un testo molto noto, radicato nella tradizione teatrale e culturale, è necessario che questo venga svuotato dei contenuti ormai vecchi e logori per essere invece rinnovato o mutato in un portatore di un’attualità che possa scuotere e far pensare. Non essere solo il racconto di qualcosa di passato, ma la dimostrazione di quanto l’uomo, nonostante abbia la possibilità di imparare dai propri sbagli, in realtà sia sempre e comunque uguale a se stesso, se non addiruttura più feroce nel reiterare i propri errori.

 

Andrès Lima nel suo Argelino servidor de dos amos, andato in scena ieri sera al Teatro Toniolo di Mestre, ha scelto all’interno de L’Arlecchino goldoniano, il tema del servo vessato, per renderlo espressione dell’immigrato di oggi che dall’Africa scappa convinto di trovar fortuna sulle sponde opposte del mediterraneo. Arlecchino, che nella trasposizione spagnola dell’opera è diventato Argelino, da tradizionale e divertente si è trasformato in una maschera tragica affamata e capace di qualsiasi cosa per riempire lo stomaco.

 

Questa messa in scena dalle tinte molto accese e provocatorie, in cui i rapporti tra i personaggi sono fortemente estremizzati, fino a sfiorare in alcuni punti l’osceno, conduce a una visione molto cruda e realista che il regista spagnolo ha della società in cui viviamo, soprattutto quella spagnola. Questo traspare anche dalla riscrittura del testo, molto divertente e ironico, che Lima, assieme ad Alberto San Juan, drammaturgo dello spettacolo, ha cucito magistralmente in spagnolo e in arabo utilizzando le improvvisazioni degli attori e il canovaccio di Goldoni. Rimane, di questa lineare operazione di riadattamento fatta dalla madrilena compagnia Animalario, un dubbio sulla reale necessità di esplicitare così prepotentemente i rapporti viziati e viziosi che intercorrono tra i personaggi. Le continue scene di sesso, che coinvolgono Clarisa, interpretata da Elisabet Gelabert, Beatriz, interpretata da Virginia Nölting e Florindo, interpretato da Nerea Moreno, oltre a chiarire la metafora del confronto violento e immediato tra i corpi dei personaggi, appesantiscono però la messa in scena togliendo qualsiasi tipo di sorpresa: il rischio è quello di diventare ridondanti e scontati fino ad affievolire la prima sensazione di stupore e divertimento.

 

L’eccessiva forzatura sessuale viene smorzata dall’ironia e dalla bravura di Argelino, interpretato da Javier Gutiérrez che, con disperazione, si aggira alla ricerca di cibo nella essenziale scenografia creata da Beatriz San Juan, autrice anche dei costumi, mantenendo unito uno spettacolo, che pure,  a tratti, tende a perdersi in sbavature.

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