Se vi dicessi «ho visto L’Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni» forse mi guardereste con aria titubante e annoiata. Se invece dicessi «ho visto la storia di uomo che ha fame, un disoccupato che si riduce a fare il facchino per una coppia gay; che si innamora di un extra comunitaria, la quale sposa il suo capo per avere il permesso di soggiorno. La storia di un padre che vuole far sposare la figlia per soldi e non per amore; quella di una ragazza picchiata e violentata perché vuole un paese migliore dove essere donna non sia un rischio. La storia di un immigrato, un sopravvissuto, che sogna soltanto di far parte del sistema, di diventare cittadino Europeo…» allora, forse, la vostra reazione sarebbe diversa.
Questo è l’Argelino della Compagnia Animalario di Madrid, per la regia di Andrés Lima, andato in scena ieri sera al Toniolo di Mestre, in apertura di Biennale Teatro. Come già avveniva, anni orsono, nel Mor Arlecchino del teatro delle Albe, in cui la maschera bergamasca era affidata ad un attore senegalese, nell’Argelino spagnolo si prende a prestito dal canovaccio goldoniano un tema di grande attualità.
Argelino, per assonanza diremmo Arlecchino, in spagnolo non è un nome, è un aggettivo e significa algerino. Un semplice slittamento di significato, di luogo, di epoca e l’Arlecchino di Goldoni diventa icona del dramma umano contemporaneo. Il regista resta fedele al canovaccio (e, in molti passi, alla versione fatta da Giorgio Strehler), mantiene i personaggi, trasporta le attitudini in un contesto diverso, contemporaneo, giocando su una forzatura che va dal kitsch al dramma, che salta da un eccesso di commedia dell’arte ad un drammatico realismo. Al testo originale si inseriscono delle evidenti improvvisazioni elaborate dagli attori, che rendono la storia di Argelino, la stessa di tutti gli immigrati d’Europa, e di soppiatto si infilano nella trama del canovaccio, andando a scuotere l’immaginario, a risvegliare le notizie quotidiane che arrivano dai media: sbarco di profughi, pestaggi, stupri, matrimoni omosessuali. Ecco allora che i due innamorati, Florindo e Beatrice, sono due donne, una coppia omosessuale che convola a nozze, evento possibile non solo nella commedia ma anche nella realtà: in Spagna i matrimoni omosessuali sono riconosciuti già da due anni. A fianco di Argelino compare Abdulhak (Pasquale in origine) l’amico immaginario al quale venivano addossate tutte le colpe. Ma questa volta l’amico si materializza e diviene rimorso, richiamo della terra madre, voce degli antenati, ricordo sempre presente di tutti coloro che nell’attraversata non ce l’hanno fatta.

 

©Zaira Zarotti

foto di Zaira Zarotti

Bravi gli attori che non si lasciano penalizzare da un pubblico numericamente scarso ma lo coinvolgono anche direttamente utilizzando la platea e fanno della lingua spagnola un motivo in più per giocare con la commedia. Ritmo sostenuto e calibrato, a volte frenetico ma sempre pronto a lasciare spazio alla poesia. Diretto e spontaneo nel riso e nel pianto l’arlecchino di Javier Guitiérrez.

La scena di Beatriz San Juan rimanda al palchetto della commedia dell’arte, una pedana di legno legata al soffitto dai quattro angoli e per fondale una parete affrescata e quattro porte. A separare la commedia dal realismo basta un gradino, lo stesso che c’è tra attore e spettatore. È davanti alla pedana che gli attori abbandonano la commedia dell’arte e il personaggio si materializza, esplode e parla da essere umano: «Siamo tutti sopravvissuti, siamo tutti immigrati, vogliamo un Paese migliore». È nel finale che Lima sceglie di essere fedele alla realtà e abbandona Goldoni per ricordare che esiste un sistema, che tutti ne facciamo parte, compreso l’Argelino: anzi, senza di lui, nuovo servo privo di ogni speranza, senza la sua fame, il mondo resterebbe immobile, il sistema del ricco Occidente cadrebbe.

Advertisements