© Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Cara Maestra,

domenica pomeriggio sono andata a vedere la recita della scuola Silvio D’Amico al Teatro Giovanni Poli di Santa Marta a Venezia. Come lei aveva chiesto, scrivo i miei pensieri sullo spettacolo e vorrei anche chiederle delle cose che sinceramente non ho capito.

Appena entrata, ho visto la scena tutta bianca con un piccolo alberello e sopra scritto il titolo delle scenette che giovani allievi attori andavano a rappresentare.
I costumi erano molto buffi, mi sembrava come quando siamo andati al museo del Teatro alla Scala: sembravano di un altra epoca, ma erano strani, perchè o bianchi o neri, senza i colori; e anche la scenografia era tutta bianca e nera. A me personalmente mi hanno fatto ridere i costumi che avevano, anche se loro sembravano molto seri: c’era cupido in mutande con le alucce di cartone e l’arco con le frecce; le damigelle con i vestiti a balze, delle ragazze portavano vestine da notte come quella della mia nonna, con la cuffia, un attore grande faceva un bambino con la palla sotto braccio e a un certo punto sembrava ci fosse Amleto, come nei dipinti del 1800 che abbiamo visto in classe, ma in realtà non credo fosse lui. Ma aveva lo stesso cappello e anche i fuseaux neri.
Tutti gridavano molto e tra una scena e l’altra c’era una musica classica: un ragazzo col cappello tradizionale di Venezia cambiava i cartelli e così si passava ad un’altra storia. Ma io, Maestra, non ho capito bene di cosa parlassero: c’erano parole strane, come aita!, che credo significhi
aiuto!, e anche desir, palpitar, patir. Tutti al tempo infinito. Credo fossero storie di amore, anche se sembravano tutti davvero arrabbiati.
Ma soprattutto, mi sembravano davvero vecchi, Maestra, anche se eravamo a una recita della scuola, come quelle che facciamo noi. Ci sono molte cose che non ho capito, oltre alla storia: la prima, che vorrei che lei mi spiegasse, è perchè hanno scelto dei ragazzi giovani, o i loro maestri per loro, delle storie e dei vestiti e dei modi di dire così vecchi. Non ci ha insegnato che il teatro è un modo per guardare il mondo e i suoi problemi e le storie degli uomini e delle donne di un certo tempo? E se è così, allora le chiedo, Maestra, perchè questi ragazzi parlano di amore e degli dei invece che di quello che succede nel nostro paese?
A un certo punto, un’attrice, vestita come una dama del 1700, diceva: “ch’io non reciti, se non da prima donna!” e così sembrava pensassero tutti quegli attori, Maestra, ma lei non ci ha insegnato che il teatro è un posto dove ci si ascolta e si lavora insieme?
Io davvero sono rimasta seduta composta fino alla fine, ma non capivo quasi niente e un poco mi sono annoiata, anche se credo che tutti i parenti dei ragazzi fossero contenti, perché appaludivano molto. Io, a dirle la verità, sono andata via appena si è chiuso il sipario, con tutti i pensieri che avevo e che avevo premura di scriverle. Vorrei finire questo tema con un pensiero buono: vorrei davvero che la nostra recita quest’anno fosse una buona recita e sinceramente che fosse più divertente di quella di questo pomeriggio.

Serlenga Anna, classe terza B.