Marco Parodi e Maurizio Scaparro; foto di Alvise Nicoletti e Fabio Bortot

Marco Parodi e Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

La ricerca della propria identità, l’amore, la comunicazione tra le persone sono stati i temi della seconda conferenza stampa, tenutasi ieri mattina presso la sede storica della Biennale. Elementi tipicamente umani e, proprio per questo, trasversali a tutte le culture. Perché la poesia consente di andare oltre le circostanze materiali. È fatta di quei frammenti di cui parlava il semiologo Roland Barthes, quelli che non hanno a che fare con la ragione e che sembrano sempre sfuggire. Valori che si condividono ovunque, che ci si trovi in terra sarda, nel mondo islamico, nel mare di Shakespeare o nei Balcani.

Forse per questo, Marco Parodi, regista di S’ARD – I danzatori delle stelle, che debutterà al Teatro Goldoni di Venezia questa sera, alle ore 20.30, ha voluto fin da subito precisare: “Il nostro non è uno spettacolo etnico o folcroristico, ma un omaggio a uno scrittore sardo, Sergio Atzeni, scomparso in mare in circostanze quantomeno misteriose”. Un uomo che ha dovuto attraversare varie difficoltà nella sua terra d’origine, prima di ottenere il meritato riconoscimento. Lo spettacolo è una riflessione sulla sua crisi di identità, sulla decisione di abbandonare tutto e poi di tornare. L’adattamento è stato realizzato attraversando due romanzi di Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri e Il quinto passo è l’addio; le musiche sono di Gavino Murgia; la scenografia è costituita dalle suggestive pietre sonore di Pinuccio Sciola, scultore di fama internazionale.

 

Raffaella Azim; foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot
Raffaella Azim; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Dal racconto della parabola di un intellettuale, si è passati, poi, all’amore: in particolare, alle liriche dei poeti arabi dedicate a esso. Raffaella Azim, infatti, ha voluto affrontare il tema  dell’amore nei paesi musulmani: l’attrice, nel presentare il suo recital, ha ricordato come alcuni valori siano sempre vivi, anche se raccontati in epoche passate. Sono poesie che non muoiono mai, riscoperte anche grazie alle nuove tecnologie. I brani letti dalla Azim sono della scrittrice Fatéma Mernissi, contenuti nella pubblicazione Le 51 parole dell’amore. L’amore nell’Islam dal Medioevo al digitale.

 

 

 

Nel tempo, infatti, a cambiare sono i modi di rappresentare e di comunicare l’amore, non la sostanza delle cose. Si trovano nuove possibilità di contatto, come la mail. Per chi deve andar via dal suo paese, a volte, l’unica forma di vicinanza con i propri affetti.

 

Nikita Milivojevic; foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Nikita Milivojević; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Dalla posta elettronica ha preso il via Winter Gardens, opera del regista Nikita Milivojević, che debutterà il 25 febbraio al Teatro Piccolo Arsenale, alle ore 18. Uno spettacolo che nasce dalle storie dei giovani, costretti ad allontanarsi dalla propria casa in Serbia, che trae spunto dagli spazi del linguaggio frammentato di internet, da quello che spesso non si dice, ma si legge chiaramente.

 

 

 

Roberto Cuppone, Maurizio Scaparro e Michele Modesto Casarin; foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Roberto Cuppone, Maurizio Scaparro e Michele Modesto Casarin; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

La realtà non si può esprimere e, forse, non si può neanche vedere. È necessario intuirla, percepirla, comprenderla a tratti. Come quando si è alla ricerca di se stessi. Le cose più importanti sono le meno evidenti, quelle meno chiare, visibili solo dagli altri. Il nemico, l’altro, diventa in quel caso fondamentale per stabilire la propria identità. Di quella del Moro si parlerà in Otello, nella versione che, dalla tragedia shakespeariana, dà la compagnia Pantakin da Venezia, con i testi del drammaturgo Roberto Cuppone e diretta dal regista Michele Modesto Casarin, che debutterà questa sera al Teatro Toniolo, a Mestre, alle ore 20.30. “Quella del Moro non è un’identità oggettiva – ha affermato Cuppone -. Motivo per cui lo abbiamo voluto rappresentare attraverso la maschera”. E, in effetti, non c’è nulla di più realistico di una finzione.

 

 

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