L’opera lirica rappresenta, per l’Italia, un grande motivo d’orgoglio: in seno alla nostra penisola questo genere ha visto la sua genesi ed il suo sviluppo nel corso dei secoli, adattandosi ai gusti delle varie epoche e facendo conoscere la lingua italiana in tutto il mondo. Dei grandi melodrammi italiani vengono sempre ricordati i compositori che, con il loro ingegno, ne hanno fatto la storia; solo gli addetti ai lavori, o i melomani, rammentano l’autore del libretto. Eppure i librettisti hanno contribuito enormemente al successo di questo genere, scrivendo componimenti poetici di altissimo livello; basti citarne solo alcuni: Lorenzo da Ponte, che scrisse le tre più importanti opere di Mozart – Le nozze di Figaro, il Don Giovanni e Così fan tutte –, o la coppia Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, che fornirono a Puccini i libretti per i suoi maggiori successi. E come non ricordare il grande antecedente di questi poeti, Pietro Metastasio, che con il suo lavoro riformò l’opera reinventando il concetto di melodramma non più come abbinamento di canto e azione, ma dramma per canto?

Parole e musiche diventano, in questi componimenti, un unicum indivisibile, e sempre unite sono state portate in scena, in forma, appunto, di opera. Ma, ultimamente, si registra la tendenza a svincolare il libretto dallo spartito, eleggendolo a drammaturgia autonoma nel tentativo di rivalutarne, o semplicemente mostrarne, lo statuto poetico e letterario. L’ultimo esempio di queste sperimentazioni ci è stato dato proprio all’interno della Biennale Teatro dagli Studenti dell’Accademia Silvio D’Amico, che hanno recitato i versi metastasiani al Teatro Giovanni Poli di Santa Marta. La nobiltà dell’intento, che cerca di sottolineare con forza la bellezza e l’autorevolezza di questi testi, cercando di riportarli sotto i riflettori dopo decenni, e in alcuni casi secoli vissuti all’ombra della musica, nella pratica teatrale si è rivelata un’operazione zoppicante. Svuotati della musica, i testi risentono della loro arcaicità linguistica, risuonando alle orecchie degli spettatori desueti se non, addirittura, incomprensibili. La convenzione linguistica che, nell’opera, accettiamo senza problemi – perché testo e musica sono stati allora creati insieme e non è concepibile una riscrittura del testo in italiano corrente – in una trasposizione in prosa non ha più giustificazioni e senso. Ciò che resta è un gioco intellettuale che, paradossalmente, si rivolta contro i buoni propositi dei suoi artefici, sminuendo i libretti che si vorrebbero esaltare. I libretti d’opera, per essere messi in scena, urgono di una traduzione ed un adattamento drammaturgico che ne sveli la struttura ben calibrata, senza rinunciare ad una comprensione immediata da parte del pubblico contemporaneo, altrimenti si rischia di non cogliere, e, soprattutto, di non mostrare l’attualità che caratterizza, invece, molti di questi componimenti. Le parole scritte da questi grandi letterati hanno la loro forza e la loro contemporaneità proprio nella musica che le ha rese plausibili, comprensibili ed emozionanti ancora oggi; e, soprattutto, cantate prendono ogni volta vita, mentre recitate suonano come una lingua morta che può solo, in generale, tediare. La loro poeticità, in altre parole, non viene sminuita o nascosta dal canto, semplicemente perché è per il canto che sono state concepite.