“L’italiano è una lingua parlata dai doppiatori” diceva con sarcasmo Flaiano, proprio ad intendere che la nostra benedetta lingua si è persa nei mille rivoli di altrettanti dialletti. E solo i doppiatori di un cinema che non era, per Flaiano, minimamente radicato nella realtà del paese, si ostinavano a parlare quella lingua artefatta, sconosciuta ai più. Uno dei nodi irrisolti, che emerge come tensione continua e come motivo di analisi spettacolare, in questa Biennale Teatro, è proprio quello della lingua. A far da motore e stimolo per registi e attori, infatti, è un confronto serrato con una lingua teatrale che possa parlare francamente e agilmente al presente. L’italiano, questo sconosciuto, è oggetto dunque di indagine sistematica, di confronto serrato, di invenzione e scavo.
Ecco, allora, che Lorenzo Salveti ha intelligentemente “obbligato” gli allievi della Accademia d’Arte Drammatica a fare i conti con l’origine “lirica” del nostro parlato, ovvero con quel Metastasio – di cui ha scelto opere minori o meno note – autore troppo negletto, proprio con il compito di far risuonare un verso ormai perso nella notte dei tempi. E per un attore è davvero indispensabile frequentare la ricchezza di quella scrittura (come di altri classici), per non appiattirsi sullo smozzicato romanesco o sull’insinuante napoletano, da sit com quotidiana, che dilagano tra cinema e tv. Certo, l’operazione di Salveti è complessa e, pur mostrando alcuni talenti di sicuro avvenire, può suonare sfasata alle orecchie di giovani e esigenti spettatori assetati di realtà (tanto da suscitare le ironie di uno dei collaboratori di questo diario di bordo).
Ma sull’italiano si interrogano anche due scrittori taglienti come Ricci e Forte, che non esitano a “violentare” Aristofane imbastendo una lingua sporca e terrigna, davvero reale e al tempo stesso immaginifica.
Ancora, l’attraversamento dell’universo di Savinio che proporrà Emiliani con Capitan Ulisse – ancora una volta, un italiano non certo facile e immediato – oppure la fantastica mitologia di un sardo come Sergio Atzeni, riletto da Marco Parodi, alle prese con disillusioni private e oniriche genealogie collettive. Ma sulle evoluzioni linguistiche si può riflettere anche nella drammaturgia originale da “email” che i serbi del Bitef propongono con Winter Gardens, o sulla reinvenzione dell’Otello nei ritmi e nei silenzi energici della Commedia dell’Arte scelta da Pantakin.
Ecco, dunque, che nella “babele” mediterranea voluta da Scaparro, lo straniero parla – a volte – una lingua inusitata e bellissima: l’italiano.