La scena finale di 8 ½ di Federico Fellini si chiude con un’indimenticabile ed onirica marcia, la stessa che conclude anche L’impresario delle Smirne messo in scena da Luca De Fusco al Teatro Malibran per la Biennale Teatro. Ma in questo caso diviene occasione per impegnare tutti gli attori in un balletto da avanspettacolo, con il pubblico che batte le mani a tempo come nei migliori concerti di capodanno, in linea con l’andamento generale di tutto lo spettacolo. E se si ritorna a vedere quella scena del film, ironia della sorte, poco prima dell’inizio della musica, si scopre che il critico pensato da Fellini dice a Marcello Mastroianni: «siamo soffocati dalle parole, dalle immagini, dai suoni che non hanno ragione di vita, che vengono dal vuoto e vanno verso il vuoto».

Eppure ne L’Impresario, Carlo Goldoni racconta le peripezie di alcuni cantanti squattrinati che, per poche ore, vivono l’illusione di un ingaggio da sogno grazie alla benevolenza di Alì, impresario turco che vorrebbe portare alle Smirne l’opera italiana. Gli artisti fingono un’alta considerazione di se stessi, ma si rivelano, in realtà, pronti a tutto pur di ottenere il contratto. Alla fine, l’impresario parte da Venezia lasciando la compagnia al porto, con una manciata di soldi di scuse. Per riuscire a superare la crisi il Conte Lasca sinistro mentore di cantanti e attori – con quei soldi, suggerisce al gruppo di autoprodursi, abbandonando i personalismi da “prime donne”.

L’opera del grande drammaturgo veneziano si prestava, quindi, ampiamente, a una tragicomica riflessione, quanto mai urgente, sulla situazione del teatro in Italia. Mostra la precarietà dei suoi lavoratori, con le bassezze a cui si è costretti pur di riuscire a portare a casa una giornata di paga, e con i biechi personaggi che si possono ancora oggi incontrare nei corridoi dei teatri, ben rappresentati dal Conte Lasca che, in cambio della sua protezione, chiede alle Virtuose ben poca virtù.

Luca De Fusco sceglie una direzione molto diversa, trovando in una estetica “televisiva” una chiave di lettura che diverte il pubblico – che probabilmente trova familiare questo tipo di linguaggio – a discapito della tematica teatrale.

Attori ed attrici sono senza dubbio validi, anche nelle performance canore richieste dalla messa in scena, e, soprattutto, fenomenale Eros Pagni nel ruolo da protagonista di Alì. La scenografia, firmata da Antonio Fiorentino, è interessante, funzionale, con un impianto scenico divertente, interamente rossa, in tono con i costumi sfarzosi e ben curati, ideati da Maurizio Millenotti. Bellissime le musiche di Nino Rota, eseguite dal vivo da un trio composto da clarinetto (Giorgio Lavorato), viola (Marco Albano) e pianoforte (Antonio Di Pofi). Eppure lo spettacolo resta pervaso da una patina da piccolo schermo che lascia un po’ perplessi.

I vari personaggi sono fortemente caratterizzati da accenti regionali diversi ed atteggiamenti stereotipati, caricaturali e marcati in forma, appunto, tipicamente televisiva; scelta che appesantisce il testo e risulta, in ultima analisi, un po’ fine a se stessa. Il Conte Lasca (Max Malatesta) parla in un romanesco molto “da borgata”, mangiando una porzione enorme di spaghetti, Carluccio (Paolo Serra) fa il verso alla parlata “nobile” partenopea; molto marcato il bolognese di Annina (Alvia Reale), per non parlare del sicilianissimo – e quindi, in coerenza con il più lineare degli stereotipi, mafiosissimo – Maccario (Giovanna Mangiù). Se il testo originale indica la provenienza regionale solo per le tre donne della piéce – Tognina è veneziana, Annina bolognese e Lucrezia, infine, di Firenze – lo stesso Goldoni, nella seconda e definitiva stesura de L’impresario delle Smirne ripulisce molto il testo dall’eccesso di dialettalismi che caratterizzavano queste parti, proprio perché la gag della “multietnicità” a lungo andare stanca e svilisce i personaggi.

© Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Molti gli intermezzi esilaranti e musicali, che creano degli stacchi nella narrazione con puntualità lungo tutto lo spettacolo, apparentemente scollegati dal resto del lavoro ed immotivati, come la parodia della morte del cigno nella quale Nibbio (Enzo Turrin) si cimenta con convinzione. Queste pause assumono una sinistra aria da “stacchi pubblicitari all’interno del programma in onda”, come se il pubblico fosse ormai abituato ad un certo ritmo di concentrazione dato dall’assuefazione al palinsensto televisivo.

Un pubblico teatrale sempre più televisivo, quindi, affezionato alle parole, immagini e suoni che non hanno ragione di vita. Luca De Fusco, adeguandosi a questa tendenza ormai appurata, offre agli spettatori un lavoro leggero, bello, pulito, impeccabile; fa sentire gli spettatori al sicuro, come nel salotto di casa. La scelta non è discutibile di per sé, ma forse lo è in riferimento al testo scelto, che è una magnifica ed attualissima autocritica, ma anche un’accorata difesa del teatro, che forse andrebbe un po’ più presa a cuore di questi tempi, se non si vuole continuare a vedere impresari volare via – come nella scena della partenza di Alì su un’altalena – dal teatro, verso forse la ben più remunerativa programmazione televisiva.

Eros Pagni, Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Eros Pagni, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Advertisements