Foto di Fabio Bordot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Partendo dal presupposto che probabilmente qualsiasi rappresentazione teatrale sia politica, nel senso più ampio e bello del termine, va chiarito che non solo quel teatro che comunemente viene definito dalla critica “politico” e socialmente impegnato, sia il “vero” teatro. Se così fosse, non avrebbe più senso mettere in scena Eschilo o Shakespeare, che non necessariamente facevano riferimenti espliciti alla società in cui vivevano, ma più un ragionamento sull’uomo e sul teatro stesso.
Tutto questo per fare chiarezza sulle prese di posizione nei confronti de L’impresario delle Canarie, la presentazione di laboratorio dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”; per porre l’attenzione sulla forse troppa superficialità con cui si va a teatro e con cui si guarda una messa in scena, col rischio di dar per scontato la complessità teatrale. La presentazione del laboratorio fatta dagli allievi attori del secondo anno della celebre accademia teatrale romana, che pregiudizialmente poteva apparire vecchia e polverosa, in realtà aveva l’aria di essere uno spettacolo a tutto tondo, coerente seppur nella sua poca durata.


Aver scelto da parte del regista nonché direttore della Silvio d’Amico, Lorenzo Salveti, di parlare attraverso libretti d’opera di Pietro Metastasio, è stato un lavoro alquanto articolato, visto il linguaggio per niente semplice con cui si sono dovuti scontrare gli attori. Affrontare un italiano del Settecento, scritto per essere rappresentato in un teatro d’opera, è sicuramente rischioso, perché ingenuamente si può dar vita a qualcosa di vuoto e morto. Invece questo vocabolario “arcaico” è stato riletto con ironia e divertimento, facendo sì che gli attori potessero farlo proprio, e non sembrare dei meri riproduttori di parole. Anzi, grazie alla loro bravura, sono riusciti a porre l’accento anche sui vari momenti metateatrali, prendendo in giro il recitare enfatico e declamante tipico del bravo attore di “teatro stabile”. Con un ritmo incalzante e semplici giochi teatrali, i testi di Metastasio hanno perso la loro pesantezza; la minimale scenografia di Bruno Buonincontri, in bianco accecante e in nero, ben si è sposata con la pulizia formale, accademica, dello spettacolo. In quest’ottica sono stati pensati anche i costumi che, sapientemente e filologicamente creati da Bartolomeo Giusti, hanno ridato l’idea di un Settecento bizzarro e scanzonato.

Probabilmente il fine ultimo degli attori e del regista de L’impresario delle Canarie non era quello di cambiare il mondo, anche se sarebbe auspicabile che chiunque voglia intraprendere un percorso lavorativo all’interno di quest’arte ne abbia l’ambizione. E anche se il teatro stesse cambiando il mondo, di certo non lo urlerebbe a squarciagola, ma sarebbe compito nostro capirlo.

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