Davide Livermore e Alfonso Antoniozzi. Foto di Zaira Zarotti

Davide Livermore e Alfonso Antoniozzi, foto di Zaira Zarotti

Un’anziana signora staziona immobile su una sedia a rotelle al centro del palco. L’occhio distratto dello spettatore appena giunto al teatro Goldoni per assistere a Le sorelle Brontё genera una leggera inquietudine appena la scorge, inquietudine che verrà poi a tratti enfatizzata dall’assurda storia narrata e a tratti cancellata dalla leggerezza con cui viene affrontata.

 

In una casa di riposo per anziani artisti si inscena uno spettacolino domestico basato sul libretto di Bernard de Zogheb per un’opera mai realizzata, sulla vita delle tre scrittrici inglesi, fatte viaggiare dallo Yorkshire a Brussella (Bruxelles) e trasformate in ragazze dall’ambigua reputazione.

 

 

Il ritmo veloce e frizzante tipico del vaudeville accompagna la messa in scena, seppur con qualche iniziale tempo morto, dei dialoghi tra le badanti dello spizio, interpretate dalle allieve della scuola di Recitazione per cantanti del Teatro Stabile di Torino.  

L’atmosfera si rianima però con l’ingresso delle due sorelle protagoniste, Carlotta e Emiglia, impersonate rispettivamente dal brillante baritono Alfonso Antoniozzi e dal bravo Davide Livermore, anche regista dello spettacolo, entrambi buoni interpreti sia sotto il profilo recitativo che nell’espressione corporea.

Carlotta è una ragazza “facile”, adescatrice di uomini e pronta a tutto pur di guadagnare qualche soldo, anche a rubare il romanzo “Jane Eyre” alla sorella Anna. Emiglia intrattiene invece una relazione incestuosa con il fratello ubriacone Branwell. Ma non c’è tragedia in questa storia, solo irriverenza e ironia, una girandola di battute che travolgono, divertendo alcuni, annoiando altri.

 

Canzonette popolari facilmente riconoscibili vengono impastate con più raffinate citazioni di opere liriche, come il Flauto Magico o la Boheme, il tutto condito con il linguaggio particolare  e speziato della lingua “franca”, parlato nei porti del Mediterraneo fino alla metà del secolo scorso; un linguaggio purtroppo spesso difficile da comprendere, un po’ per la sua natura e  un po’ perché cantato con grande rapidità, facendo così perdere molte delle allusioni satiriche.

 

Un pastiche a più livelli quindi, dal piano musicale a quello narrativo, da quello del linguaggio a quello della pronuncia, caratterizzata dagli accenti delle badanti, impersonate da cantanti provenienti da diversi paesi europei, che si difendono molto bene in campo canoro e interpretativo, con qualche cedimento però nella recitazione.

 

Anche i costumi, di Clara Mennonna, sono un giusto accostamento di stili e periodi diversi, che in alcuni casi scade però nello stereotipo carnevalesco, forse per un immediato effetto sul pubblico, che, per quanto non molto numeroso, sembra comunque apprezzare questo gioco da Quartetto Cetra e applaude alle gag che si succedono incessantemente attingendo sia ad una comicità più facile e immediata, sia ad un’ironia più raffinata di giochi metateatrali  e cenni a temi dell’attualità.

Foto di Zaira Zarotti

Alfonso Antoniazzi (in centro ), foto di Zaira Zarotti

Nel finale, la continua morte e rinascita di Emiglia per evocare i prorompenti poteri del teatro, seppur dimostri, con esplicito riferimento ai fatti recenti di cronaca, una  critica beffarda e intelligente, alla lunga non diverte più, e sembra trascinare lo spettacolo ben oltre al dovuto.

 

Un inizio di Biennale quindi improntato sul riso e su una leggerezza esplicitamente dichiarata dagli autori dello spettacolo, che ben si adatta a un sabato di Carnevale, soprattutto del Carnevale veneziano, ormai privo della violenta dissacrazione della società che caratterizzava questa festa nel passato. Uno spettacolo fatto per divertire, o forse soprattutto per divertirsi, che lascia la mente allegra e svagata, in attesa che il Festival mostri  nuovi e diversi approcci al teatro.