Driss Rokh. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Driss Rokh. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Sarà perché il Carnevale si è concluso o perché l’articolo scritto da Baricco sulla “Repubblica” ha indignato tutti coloro che si occupano di teatro, ma oggi, giovedì 26, la sala conferenze di Ca’ Giustinian era gremita di giornalisti, registi, attori, assessori e semplici ascoltatori.

Tanti gli spettacoli presentati in questo terzo incontro, collegati dal filo tematico del viaggio: viaggio come fuga, nella speranza di una terra migliore; viaggio come percorso dall’oppressione alla libertà; viaggio come ritorno, magari per decidere subito di ripartire; viaggio come scambio di capacità.

I primi a parlare sono stati gli ospiti provenienti dal Marocco, per presentare lo spettacolo Bladi mon pays, in scena al Teatro Giovanni Poli Santa Marta il 26 e il 27 febbraio. Prodotta dal Théàtre National Mohammed V di Rabat, che negli ultimi anni cerca di seguire una politica di apertura internazionale e finalmente riesce ad essere presente alla Biennale di Venezia per la prima volta, la messa in scena è basata su un testo scritto dallo stesso regista, Driss Rokh, nel 1999 durante una tournée in Francia. Visitando le varie città francesi Rokh ha chiesto agli immigrati maghrebini come percepivano la loro presenza nel nuovo stato, fino arrivare a comprendere che l’integrazione nella sua pienezza non veniva mai raggiunta. Ne è nato così un testo sull’immigrazione clandestina, su questi viaggi di speranza che spingono a tentare la sorte per una vita migliore, che si trasforma presto in una realtà di degradazione, stenti e delinquenza. Una storia di un doppio malessere: quello provato in patria e quello da affrontare nella nuova terra raggiunta.

 

E di malessere si parla anche in Capitano Ulisse, in scena sabato 28 febbraio e domenica 1 marzo al Teatro Goldoni. In questa rappresentazione, diretta da Giuseppe Emiliani e tratta da un’opera di Alberto Savinio, l’eroe Ulisse si trasforma in un insoddisfatto, infelice e incompreso anti-eroe, terribilmente attuale e inquieto, costretto da se stesso ad un viaggio infinito, poiché incapace di assaporare il raggiungimento della meta e quindi subito pronto a ripartire.

Luana Zanella, Maurizio Scaparro e Giuseppe Emiliani. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Luana Zanella, Maurizio Scaparro e Giuseppe Emiliani. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Emiliani, che aveva studiato il testo anche durante il Laboratorio Internazionale del Teatro di novembre, si è dichiarato soddisfatto per vari motivi: per aver potuto offrire agli amanti del teatro l’opportunità di scoprire la bellezza di un’opera dimenticata ingiustamente, in cui si possono apprezzare cambi di linguaggio improvvisi  ma interessanti; per aver potuto contare su bravi attori, quali Antonio Salines, Vanessa Gravina, Virgilio Zernitz ed altri, che hanno avuto la capacità di mettersi in gioco davanti a una lingua così complessa; e per aver creato un ponte produttivo-creativo tra Venezia e Trieste, le due città che hanno prodotto lo spettacolo.

Un altro ponte si è creato anche tra l’Italia e la Cisgiordania, grazie al Gruppo Ponte Radio formato da Alessandro Taddei, Enrico Caravita e Valentina Venturi. Nero Inferno, il primo capitolo di una trilogia ancora da concretizzare, andrà in scena il 1 marzo al Teatro Piccolo Arsenale, con protagonisti quindici bambini del Culture Centre di Jenin, scelto dal Gruppo per iniziare un percorso di laboratori itineranti che da questa città si sposterà nel 2009 a Berlino per lavorare con i bambini della comunità turca e nel 2010 in Libano, per produrre le altre due messe in scena, Rosso Purgatorio e Bianco Paradiso. I bambini sono il nucleo di tutto e i veri creatori dello spettacolo attraverso l’uso dei propri corpi, all’inizio rigidi e immobili, e della pittura, che ha avuto il potere di sbloccare movimenti fisici e voci, narratrici delle loro storie. Partendo da tre elementi, aria, acqua e donna, i bambini hanno creato 13 pannelli con parole e disegni relativi alle esperienze di ciascuno, creando un linguaggio capace d’essere universale.

Maurizio Scaparro e Giancarlo Sepe. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Maurizio Scaparro e Giancarlo Sepe. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Viaggio tra la paura e il coraggio è invece quello degli  otto personaggi di Morso di luna nuova, tratto da un racconto di Erri De Luca,  ambientato durante le quattro giornate di Napoli del 1943, in cui la popolazione napoletana insorse per ribellarsi all’occupazione tedesca, in attesa dell’arrivo degli Alleati. Le otto voci si muovono in tre quadri, passando dalla paura e dalla voglia di fuggire, ad un senso di sgomento e ansia, che si trasforma nel coraggio dell’azione. Il regista Giancarlo Sepe sottolinea la particolarità del linguaggio usato da De Luca, un napoletano trasformato, ma che non perde la sua forza e la sua genuità, una lingua giovane per attori giovani.

Altri due eventi della settimana sono poi l’opera video Visioni Madri Migranti di Loredana Putignani e montaggio di Youssef Tayamoun, in cui viene indagata la vita sommersa degli immigrati in Italia, attraverso immagini raccolte in dieci anni di lavoro e pazientemente montate, per  capire noi stessi attraverso l’esperienza dell’altro; e il Laboratorio Don Giovanni tenuto a Treviso da Susanna Attendoli per approfondire la ricerca sul recitativo e sul cantato nell’opera mozartiana, attraverso un’analisi musicologica e  drammaturgica, e un’attività creativa.

Forte anche la presenza degli assessori in questa conferenza: l’assessore alle Politiche giovanili e Centro pace Luana Zanella, e alle Politiche educative Anna Maria Giannuzzi Miraglia, la quale coglie l’occasione, da una battuta di Scaparro, per soffermarsi sull’indignazione che un articolo come quello di Baricco dovrebbe far scaturire in ognuno di noi. Non vedere l’importanza del teatro per la Miraglia significa seguire la velocità della modernità, senza capire quanto la sua funzione di far rallentare, riflettere e capire sia oggi più necessaria che mai. Tutti devono avere la forza di controbattere a questo messaggio distruttivo, pena la colpa di omissione, grave soprattutto in una città come Venezia, da secoli abituata a una grande indipendenza culturale.

Anna Maria Giannuzzi Miraglia e Maurizio Scaparro. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Anna Maria Giannuzzi Miraglia e Maurizio Scaparro. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti