Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il mito è l’animazione della natura e della vita come primordiale conoscenza umana. Con il mito i misteri dell’esistenza tendono a formulare una prima spiegazione. In una realtà che non offre più certezze, esso rassicura, ricorda all’uomo le sue necessità. Per questi motivi, la struttura e gli archetipi del mito sono alla base della narrativa contemporanea. Cosa molto chiara per i drammaturghi Stefano Ricci e Gianni Forte, che hanno adattato il testo di Aristofane per il Ploutos (o della ricchezza), spettacolo diretto da Massimo Popolizio, che ha già debuttato a Roma. Gli stessi sono autori di una tra le fiction tv più gradite al pubblico, I Cesaroni, che ha appunto la forza del linguaggio diretto, della storia quotidiana, della leggerezza non leggera. Come dovrebbe essere la televisione, quando assolve alla sua funzione.

La forza di un testo, se scritto bene, prescinde dalla sua rappresentazione, dagli elementi stilistici e dalle caratteristiche tecniche. Quando si usa un archetipo, la sfida più grande è riuscire ad applicarlo alla realtà, a farlo arrivare direttamente allo spettatore. E a Marghera, la lettura scenica del Ploutos, pur senza una vera rappresentazione, senza la completezza tipica di uno spettacolo finito, ha avvicinato ancora una volta gli spettatori al palcoscenico.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il mito intramontabile della ricchezza, tema di quest’opera, è stato applicato al contemporaneo e affidato alla lingua di tutti giorni (il romanesco), ai modi di esistere in periferia, ai margini della città. Una città sempre in movimento che si evolve tanto velocemente da non rendersi conto di essere rimasta indietro. Senza fermarsi a riflettere e a ricordare che, in fondo, l’uomo è animato dagli stessi bisogni. Per accettare il suo destino deve, inevitabilmente, affrontare le sue paure. È una creatura desiderosa di certezze e di consuetudini.

Lino Guanciale; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Lino Guanciale; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Non c’è paura più grande per l’uomo della Povertà, resa personaggio già da Aristofane, ruolo ben interpretato da Lino Guanciale. Ma la vita, si sa, è fatta di contrasti, di equilibri continuamente modificati, di storie che cominciano in un modo e poi hanno una svolta. Ricchezza e Povertà sono due facce della stessa medaglia. Si completano, non vivono l’una senza l’altra. Se Pluto riacquisterà la vista, i giusti potranno realizzare i propri sogni. Eppure, qualcosa non torna, i cortocircuiti sono inevitabili. Cambiare vita, anche se in meglio, costringe a fare i conti con l’ignoto e, quindi, nuovamente con la paura, la stessa che era stata sconfitta.

La felicità, in effetti, non si può definire, sfugge in continuazione e all’uomo non resta che inseguirla, desiderando di essere ricco, per esempio, e di possedere ciò che aveva potuto soltanto guardare. Il mondo, però, si capovolgerebbe e le certezze che mandano avanti andrebbero in frantumi. Per questo, l’imprevisto è sempre in azione. Così, anche il finale offre diverse interpretazioni e lascia alcuni interrogativi, perché l’esistenza dell’uomo è un divenire, una serie di alti e bassi, spesso senza significato. L’esistenza non è carnevale.

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