Nel giorno di martedì grasso, soprattutto se si è a Venezia, ci si traveste, si balla e ci si diverte in piazza. Otello, lo spettacolo diretto da Michele Modesto Casarin e messo in scena dalla compagnia Pantakin, proprio nel giorno di martedì grasso, mostra come la maschera possa essere utilizzata per rappresentare non solo la commedia, come sarebbe da attendersi, ma anche la tragedia più cupa ed eterna, quella del Moro di Venezia. La drammaturgia, scritta da Roberto Cuppone, si ispira infatti a Othello di Shakespeare ma ne mescola la trama con i ritmi e i lazzi della Commedia dell’Arte, servendosi dei suoi personaggi fissi e inserendoli nell’intreccio. Ecco così che il vecchio e taccagno Pantalon si ritrova a essere il padre della bella e ingenua Desdemona, mentre Arlecchino entra di diritto nella famiglia come servitore. Un gioco arguto che ricalca e rinverdisce la formula del “teatro nel teatro”, con gli attori che solo nel momento in cui indossano le maschere entrano nella parte. Marta Dalla Via, Manuela Massimi, Stefano Rota, Roberto Serpi e Stefano Tosoni si cambiano in continuazione le maschere e i costumi (realizzati da Licia Lucchese), dando così vita ai ben quattordici personaggi della storia che si alternano sul palco tra gag, battute divertenti e momenti tragici, resi sempre con espedienti che mai perdono di vista la commedia.

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il regista sembra sostenere una precisa scelta: se nella Commedia dell’Arte ci sono figure fisse che appartengono ormai alla tradizione, esse si possono ritrovare, in qualche modo, anche nella tragedia shakespeariana. Il Moro, La Vergine, Il Traditore e la Vittima diventano vere e proprie maschere destinate a ripetere sempre la stessa parte. Così Otello, accecato dalla gelosia, provoca la morte della sua amata Desdemona e dell’innocente Cassio solo per aver completato in maniera sbagliata le frasi enigmatiche di Iago ed essere caduto nel suo intreccio vendicativo.
Ma nell’adattamento di Pantakin, le belle maschere create da Stefano Perocco di Meduna – che firma anche le scene – rappresentano anche le proiezioni dei pregiudizi altrui riversate su un preciso personaggio: non quello che la figura è, ma ciò che gli altri pensano sul suo conto. È per questo che Otello non viene visto come il più cristiano e il più veneziano tra gli uomini in scena, pur essendolo: la sua identità viene sempre messa in discussione a causa del suo aspetto di “moro”, di straniero, di uomo proveniente dall’Oriente. La sua caratteristica è dunque essere paradossale: il Moro è ciò che non può essere riconosciuto dagli altri.
E sul gioco del paradosso è dunque strutturato lo spettacolo, proprio nel momento in cui coniuga Commedia dell’Arte e tragedia d’amore. È così che fazzoletti rossi sollevati in aria dagli attori appena colpiti da una spada diventano simbolo di morte, l’esplosione di coriandoli rossi rappresenta l’uccisione di Desdemona e una testa mozzata si trasforma in un espediente utilizzato da Arlecchino per fare una delle sue gag. Gli attori, che sono in eccellente forma nelle vorticose scene comiche della commedia, non sempre sembrano a loro agio nei momenti alti della tragedia. Stefano Rota appare il più frizzante nei panni di Pantalone e Arlecchino, mentre la sua interpretazione del Moro passa quasi in secondo piano.
Gli artisti, poi, non esitano a confrontarsi con mille lingue: ognuno di loro si appropria di un dialetto. Ecco quindi un’Emilia romana, un Cassio marchigiano, uno Iago campano e un Pantalone veneziano, nonostante la pièce sia ambientata a Famagosta, la città cipriota ultimo baluardo di cristianità, e in una Venezia dove oriente e occidente si incrociano.
Intorno a una scenografia in legno molto semplice ed evocativa, come vuole la tradizione della Commedia, questi personaggi si destreggiano con grande ironia, alternando le parole alle allegre ed etniche melodie del Gruppo Calicanto. Gli strumenti più disparati vengono suonati dal vivo da Roberto e Giancarlo Tombesi, Francesco Ganassin e Paolo Vidaich e accompagnati dalla voce di Claudia Ferronato.
Terminato lo spettacolo, mentre ancora risuonano in testa le musiche dello spettacolo, si ha una carica in più per affrontare la folla impazzita di Venezia per l’ultimo giorno del carnovale.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

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