foto di zaira Zarotti

foto di zaira Zarotti

Nel raccolto e affollato spazio del Teatro Fondamenta Nuove, è andato in scena Orlando: spettacolo diretto da Stefano Pagin, nato dal riadattamento dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf. Chi ha letto ed amato il romanzo, chi ha visto l’omonimo e fortunato film di Sally Potter o semplicemente assistito alla conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, può probabilmente immaginare un lavoro onirico di trasformazione e viaggio, nello spazio e nel tempo, alla ricerca dell’amore e dell’identità dell’artista.

 

foto di Zaira Zarotti
foto di Zaira Zarotti

La scena dell’art director Gaia Dolcetta realizzata da Matteo Torcinovich e Marino Ingrassia, sposta completamente la prospettiva: un’alta parete di legno – che funge da credenza attrezzata, con tanto di porta e finestra e anche da caminetto – riduce e schiaccia lo spazio scenico a ridosso del pubblico, creando una vicina barriera quasi opprimente. Una stanza, dunque: quotidiana, concreta, terrena. Forse poco adatta a viaggi e avventure. Invece questo luogo intimo viene vissuto nella sua concretezza, aperto, toccato, usato e attraversato, acquisendo gradualmente calore e familiarità. In questo spazio intimo, fisso e immutato nel tempo, si evocano altri mondi e dimensioni, proprio come accade nei racconti dei bambini o nei giochi di chi viaggia con la fantasia, senza però uscire mai dalle mura del suo piccolo mondo privato.

 

 

La storia di Orlando, allora, procede proprio grazie all’evocazione di atmosfere e luoghi lontani ed esotici: la corte della regina, un fiume ghiacciato, un quartiere di Londra, una nave che solca il mare o la città di Costantinopoli. E lo scorrere del tempo si nota nei cambi d’abito o nei “cambi” di regine, il cui susseguirsi rapido fa intuire a qualunque spettatore che il tempo di Orlando non è quello di una vita comune. Tra le pareti casalighe passano dunque epoche e stagioni, evocate da prati fioriti che appaiono all’apertura dei grandi libri presenti in scena e che inaspettatamente riescono a suggerire la freschezza e romantica frivolezza ottocentesca.

 

Attori presenti e “sinceri” nelle loro imperfezioni e debolezze: Massimo Di Michele – nel ruolo di Orlando (uomo), di Shelmerdine e di altri personaggi maschili – è vitale e preciso, ma dall’espressività a volte eccessivamente entusiastica e sottolineata; accanto a lui, Stefania Felicioli – nel ruolo di Sasha e poi di Orlando (donna) – è morbida e dolce, sicura di sé e al contempo pacata, in fin dei conti uguale a se stessa. Va detto che nel mutamento di sesso (da maschile a femminile) il personaggio di Orlando risente molto del cambiamento di interprete: è naturale il passaggio ad una diversa sensibilità e visione del mondo, quella femminile, ma sarebbe forse da aspettarsi un perdurare immutato dell’indole inquieta e sempre in ricerca di Orlando. Invece i due attori danno vita ad Orlando differenti, che il pubblico riconosce come medesimi solo per l’evidenza della trasformazione e per pura convenienza teatrale. Michela Martini, infine, è  convincente nella caratterizzazione di ogni personaggio, – maschile o femminile – che interpreta.

La musica, bella ed evocativa, creata da Gabriella Zen ha evidentemente perduto l’originario progetto – emerso durante il Laboratorio Internazionale di novembre – di evolvere come linguaggio sonoro, attraverso un mutare continuo e graduale, da accompagnamento seicentesco fino ad un linguaggio musicale contemporaneo. La moderna e movimentata sonorità arriva invece inaspettata solo nel finale a chiudere lo spettacolo con un fantomatico  discorso della regina Elisabetta, visto dai protagonisti attraverso un computer.

 

 

 

foto di Zaira Zarotti
foto di Zaira Zarotti

Rispetto alle aspettative incoraggiate dal regista Pagin in conferenza stampa, non sembra emergere l’affascinante chiave di lettura mitologica ispirata dal Simposio di Platone. È sufficiente utilizzare gli stessi interpreti, invertendone i ruoli, per evocare l’unicità originaria della coppia? Il ripresentarsi di stessi piccoli approcci o azioni nel riconoscimento della propria metà nell’altro non ha reso il profondo concetto platonico, ben spiegato invece in presentazione.
Di tutto lo spettacolo resta l’indipendenza di Orlando che, solitario e immortale prosegue il suo cammino…