foto di Fabio Bortot , Alvise Nicoletti.
foto di Fabio Bortot , Alvise Nicoletti.

Martedì grasso al Teatro Goldoni, ore 20.30: buio in sala. Una musica dai timbri e dalle profonde vibrazioni peculiarmente sarde dà inizio a S’ARD – I danzatori delle stelle, creando un’atmosfera ricca e avvolgente e incrementando le aspettative dei non numerosi – ma mascherati – spettatori in sala.

Purtroppo, allo scemare della bella musica creata da Gavino Murgia, udire la voce registrata del protagonista che mette a nudo i suoi pensieri, insinua una nota di fastidio nella mente di chi – memore della conferenza stampa a Ca’ Giustinian del giorno precedente – aveva sentito accesi toni di accuse da parte del regista Marco Parodi, contro coloro che utilizzano i microfoni in scena. Così come la naturale espressività dell’attore (oramai – secondo Parodi – sempre più spesso dimentico del corretto uso del diaframma) viene ostacolata dall’uso dei microfoni, trovo altrettanto innaturale che il personaggio debba esprimere l’intimità dei propri pensieri attraverso una registrazione, in fin dei conti il medesimo filtro tecnologico. Si dovrà evidentemente dedurre che non sia stato possibile trovare altre soluzioni per distinguere ciò che l’attore pensa, rispetto a ciò che l’attore dice. Da notare che, ulitizzando tali linguaggi sonori, numerose volte il volume delle registrazioni sovrasta quello delle naturali voci in scena.

Sul palco troneggiano splendide le sculture sonore di Pinuccio Sciola, curatore dell’intera scenogafia. Opere tanto imponenti che anche solitarie sul palco, con il solo sostegno delle luci, avrebbero creato uno spazio rituale molto evocativo. Invece al centro della scena, ecco che un cerchio di sabbia (lungo il cui perimetro sono poste alcune pietre) si aggiunge alla ricostruzione del luogo mitico, e, nel lato sinistro, un ammasso di funi funge da seduta a molti attori durante lo spettacolo, mentre sulla destra alcune  sedie ricoprono il ruolo di spazio quotidiano.

foto di Zaira Zarotti

foto di Zaira Zarotti

Inaspettatamente appare sul fondo un video, trasmesso in loop, delle sculture sonore (le stesse presenti in scena) che, riprese di notte attorno ad un fuoco o al sole sotto acqua scrosciante, dovrebbero evocare ulteriormente gli elementi naturali, in contatto con le stesse suggestive pietre. Video forse invasivo, al punto da ostacolare la forza semplice della realtà scenica. La scenografia creata da Sciola, insomma, non viene vissuta interamente dagli attori che ignorano le pietre come fossero invisibili: quindi nemmeno osano suonarle, nonostante le stesse facciano parte della “strumentazione” utilizzata da Murgia nell’interessante rielaborazione jazzistica delle sonorità sarde. 

La narrazione dello spettacolo è binaria: il pubblico vive il presente del protagonista, Antonino Setsu figura ispirata allo scrittore Sergio Atzeni, e il racconto dell’origine del popolo sardo che l’uomo narra al nipote: ma non vi è fusione dei due piani narrativi, e le storie mantengono una fredda e  costante  distanza. La fantasiosa mitologia sarda diAtzeni – la cui opera fa da cardine della drammaturgia – è riproposta con semplice ingenuità e i costumi poco convincenti di Luciano Bonino non aiutano a dare  dignità al racconto mitico.

foto di Zaira Zarotti

foto di Zaira Zarotti

E se spicca Luciano Virgilio, bravissimo nei panni di Antonino Setsu,, lo spettacolo sembra non cogliere e valorizzare i numerosi spunti lasciati qua e là, procedendo invece per accumulo dei linguaggi espressivi, mai fusi realmente in un tutto organico. E la scelta registica, dunque, che avrebbe voluto proporre un’operazione interessante, alla fine risulta inefficace e abbastanza pesante da indurre sonnolenza a non pochi spettatori.. compreso chi scrive.