Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Container metallici, valigie e carrelli: l’essenziale scenografia di Winter Gardens, lo spettacolo del regista serbo Nikita Milivojević, direttore da due anni del Bitef Festival di Belgrado, e del suo gruppo giovane e cosmopolita. Da una valigia escono prima dei piedi, e poi le gambe: un’identità e una storia rinchiusa in una cerniera e due ruote. Le valigie che si muovono sul palco diventano due e lentamente prendono vita anche i container: una migrazione di invisibili, protetti ma isolati nel proprio sradicamento. Sono infatti i giovani serbi fuggiti negli anni Novanta, in pieno regime, i protagonisti di uno spettacolo che racconta di partenze e nostalgia, di ricordi da bambini e comunicazioni virtuali.

Dal primo lento movimento di oggetti appaiono gli attori, giovani e capaci, di questo spettacolo. Un gruppo misto per paesi di provenienza, ma sicuramente omogeneo in merito alla generosità e sincerità attoriali. A loro il compito di dar voce ai frammenti di storie raccolti in questo romanzo epistolare post moderno: una ragazza racconta della neve e di New York, diversa e distante da casa; la sua testa è schiacciata dentro una valigia, il corpo esausto a terra, come in un sogno delicato e dolente. Due ragazzi trasportano i container, sono emigrati per lavorare e cercano di definire la Serbia, ciò che per loro rappresenta in poche parole: “neve, mare, fighe”, tra il gioco e la nostalgia, la mancanza e il distacco.
Una hostess di un aereo dialoga con il suo perduto amore dentro una partitura di gesti conosciuti e rassicuranti, quelli del mestiere guadagnato con l’esilio: “Quando voli su Belgrado, guardi mai giù? – chiede – No, è 15 anni che non la vedo”.
E ancora un giovane che discute via Skype con la sua donna lontana; ed un altro, che viene a sapere da una mail che la madre è morta, e non potrà vederla più.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Le comunicazioni frammentarie e non lineari delle email raccolte dal regista ed elaborate in improvvisazione dagli attori, diventano ritagli di vite: in una strana lentezza, senz’apice, scorre il mare del detto virtuale, della comunicazione viva ed assente insieme. Con tratti sottili, si disegna il contorno del vuoto lasciato da una generazione lontana, che guarda alla patria come “il posto dove non ti ammazzano” , portando la propria vita a popolare le città europee ed occidentali, che però si mostrano a loro ostili: un muro metallico, a fondo scena, porta la scritta “we don’t want immigrants.”

E forse è proprio questo il centro della riflessione, la dispersione di energie ed idee: avvertire il mondo che l’immigrazione non è un problema solo per i luoghi dove approda, ma anche per quelli che lascia. Non è soltanto la povertà materiale il centro del discorso ma anche la povertà culturale, quella lasciata alle spalle di chi è partito senza voler tornare. Nikita Milivojević, il regista, figlio della generazione precedente, sembra voler nominare quest’assenza, alla ricerca di una possibile inversione del processo: sottile, sottovoce, si sente un richiamo lontano, che vorrebbe attraversare i confini per chiedere, senza presunzione, “tornate a casa”.

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