Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Da tremila anni a questa parte una Divinità ha rapidamente surclassato tutti i suoi colleghi immortali ed è diventata la sola ed unica ad essere veramente adorata e acclamata dagli uomini di tutto il mondo: il Dio-Denaro. Due le categorie di adepti di questo credo: i poveri ed i ricchi. Si tratta di un Dio speciale, che, parafrasando i Bluvertigo, è fatto di carta ed è così potente che permette l’impossibile.

La sua carriera è stata così fulminea che già 2400 anni fa Aristofane dedicò a questo Dio una commedia: Pluto, riproposta da Massimo Popolizio, al suo debutto alla regia, in una versione decisamente originale e ben riuscita. Ricci/Forte , binomio artistico eclettico e ben rodato, autori di questo Ploutos, pur rispettando fermamente la storia aristofanea, l’hanno completamente ritrascritta in un romanesco popolare e poetico, con licenze latine e neologismi bislacchi, strappando la storia all’Atene antica per proiettarla in una borgata della capitale.

In scena, in forma di lettura, al Teatro Aurora di Marghera, due poveracci, Cremilo (Alfonso Veneroso) e Carione (Stefano Ambrogi) si ritrovano, per un gioco del destino, ad ospitare Ploutos in persona ((Stefano Alessandroni), e, scoprendo che è per la sua cecità che la ricchezza è così, al mondo, mal distribuita, meditano di farlo operare. La notizia passa subito di bocca in bocca nel quartiere, e quando l’operazione è portata a termine, Pluto inizia a ridistribuire le ricchezze, trasformando i ricchi in poveri. Alle lamentele dei depauperati si alternano le gioie di coloro che stanno invece cambiando in meglio. Ma gli altri Dei non sono contenti, perché, non ricevendo più sacrifici dal momento che tutti onorano, ora, solo Pluto, stanno morendo di fame. L’affamatissimo Ermes risolverà la sua situazione disertando l’Olimpo in cambio di tre pasti al giorno.

Lino Guanciale - Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Lino Guanciale – Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Tutti sono ora al seguito del dio-quattrino, e la felicità sembra regnare sovrana, con un carosello che porta tutti gli attori fuori scena. Ma ecco che, sorniona, la Povertà (Lino Guanciale) ricorda che senza di lei il mondo non può funzionare, e promette in suo inevitabile ritorno.

Grazie a un cast decisamente all’altezza dell’impresa, l’operazione messa in atto funziona perfettamente, soprattutto perché ciò che resta di Aristofane è prima di tutto lo spirito. La commedia antica non viene stravolta né semplicemente tradotta, ma metabolizzata in una nuova forma che ne restituisce, ad un pubblico odierno, la forza satirica e la violenza letteraria del linguaggio. Il risultato è una riscoperta di Aristofane inaspettata e, inevitabilmente, molto divertente.

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