Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Non c’è posto come casa” – dice Dorothy ne Il mago di Oz. E ha ragione. Ma una casa disegnata su una lavagna, uno degli oggetti della scenografia di Winter Gardens, spettacolo del regista Nikita Milivojević, andato in scena ieri pomeriggio, non è un luogo fisico. È un posto in cui non si può più tornare, la Serbia, un paese dal quale mezzo milione di giovani unversitari sono dovuti fuggire, per cercare di vivere altrove. Perché, in fondo, come afferma uno dei protagonisti della messa in scena, “la patria è dove non ti ammazzano”. La felicità, se esiste, dovrà essere cercata altrove, nel mondo, negli occhi degli estranei, nei simboli delle città in cui ci si è rifugiati.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Valigie, scatole in cui trovare un po’ di pace, muri e case immaginarie sono gli unici elementi scenici di questo allestimento. L’essenziale non è costituito dagli oggetti, ma da quello che si ha dentro. La propria casa è quella in cui non serve altro, la vera casa sono le persone che si hanno intorno, la propria comunità. Non importa se è virtuale, non importa se bisogna cercarla in qualsiasi luogo periferico o non-luogo in cui sia possibile amare. Internet, mail, chat, sistemi di video comunicazione sono le vie percorse dai giovani serbi.

Telecamere e computer, veri protagonisti di questo spettacolo prodotto dal teatro Bitef di Belgrado, sono l’unico modo per sentirsi parte di qualcosa. L’uso del video, opera dell’artista Predrag Milošević è preciso, poiché rende la contraddizione insita nel mezzo, la vicinanza e la lontananza presenti allo stesso tempo. Come, per esempio, quando, in uno dei frammenti dello spettacolo, due amici condividono il loro tempo, pur non essendo insieme fisicamente. Traspare il potere dell’occhio della telecamera e la sua freddezza, elementi caratteristici dei dispositivi video. Cosa che si concretizza nell’incomunicabilità e nel dramma tra i due.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Sono giovani che, adesso, possono solo fare parte del mare infinito del mondo liquido, dove c’è posto per tutti. Possono inventarsi identità on line e creare loro stessi il senso di comunità, che, anche se effimero, aiuta a esprimere meglio la propria personalità. In fondo, le maschere le indossiamo ogni giorno. Sherry Turkle, definita l’antropologa del cyberspazio, a tal proposito, ha affermato: “Il concetto di reale, nelle comunità virtuali, resiste. Nonostante tutto, le persone che vivono in mondi paralleli sullo schermo sono vincolate da desideri e dalle sofferenze. […]. Le comunità virtuali offrono un nuovo, importante ambiente in cui è possibile pensare all’identità nell’epoca di internet”. La patria, in fondo, è dove stai bene.