Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Lo spettacolo S’ard-I danzatori dalle stelle è proprio come Ruggero Gunale, protagonista di Il quinto passo è l’addio di Sergio Atzeni. La testa, per Gunale vera e propria sala comandi di un mezzo di trasporto, è il regista Marco Parodi, mentre le cinque entità che la abitano sono le diverse parti che compongono ogni messa in scena, che solo con un equilibrato “ballo a cinque passi” possono creare vera armonia.

Prima importante presenza è il testo, nato dalla fusione di due romanzi di Atzeni. Nel già citato Il quinto passo è l’addio questa sorta di Zeno Cosini sardo vive un grave disagio esistenziale che lo porta a fuggire dalla sua amata e odiata isola. La ricerca d’identità individuale si trasforma in identità di popolo nel secondo testo, il più letto e il più rappresentativo dell’autore, Passavamo sulla terra leggeri: una sorta di racconto pseudo-storico sull’origine dei sardi, in cui però non è la narrazione a piegarsi alla storia, ma è la parola stessa a creare una nuova storia, capace di cogliere le verità profonde  di  un popolo meglio di un elenco di date e fatti. Da queste due opere nasce la trama dello spettacolo, in cui il protagonista Antonio Setzu  si imbarca su una nave, dove incontrerà altri uomini pronti a narrargli le loro vite, per scappare da un senso d’emarginazione costante. Prima di andarsene però racconta a un nuovo “bambino-testimone” l’origine del popolo sardo, la cui storia si materializza, inframmezzandosi alla trama principale.

 

Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

Ma in Atzeni è anche il linguaggio ad essere importante; viene manipolato fino alla frantumazione della frase in elementi essenziali, fino ad essere reso impuro e autentico con l’intersecarsi di italiano e sardo, in una rivalutazione della lingua che fonde radici e modernità. Purtroppo però spesso ci si dimentica che la prosa non è drammaturgia, e che ciò che funziona quando viene letto può non funzionare quando viene recitato, se non viene alleggerito da certe ridondanze e toni epici che diventano patetici.

Si giunge così al secondo elemento: gli attori, che hanno dato voce ai numerosi personaggi, divisi tra figure storiche, un lamentoso coro che impersona l’io narrante di Passavamo sulla terra leggeri quando tende al racconto mitico, e i singoli individui che incontra il protagonista, impersonato dal bravo Luciano Virgilio, capace di immergersi in modo convincente nell’inettitudine di Setzu.

La parte visiva dello spettacolo si è servita di numerosi elementi, quali le interessanti ed evocative Pietre Sonore dell’artista Pinuccio Sciola, presenti sia sul palco come scenografia, in una disposizione circolare che voleva ricordare i siti archeologici sardi di menhir, sia in un improbabile video proiettato sulla parete di fondo, che forse più che aggiungere, toglieva magia allo spettacolo. I costumi di Luciano Bonino, poi, aiutavano a distinguere a quale delle due narrazioni principali appartenevano i vari frammenti, cercando di accentuarne i caratteri folkloristci. Ma l’elemento che forse più ha contribuito a evocare un mondo dimenticato, ricco di mistero e solennità, è stato l’apporto musicale di Gavino Murgia, musicista e compositore che ha saputo coniugare le sonorità moderne del jazz, con suoni più particolari, come quelli prodotti dalduduk, strumento a fiato armeno, e dallaserraggia, strumento a corda sardo

 

Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti.

Questi i cinque passi a cui deve prestare attenzione il ballerino. Certamente si è notato e apprezzato il tentativo di sperimentare l’unione delle diverse forme espressive; si è capito il desiderio di evocare un’atmosfera mitica perduta per sempre e di cui forse però si prova una inutile nostalgia; è stata anche  percepita la volontà di rendere merito ad un autore capace. 
Però, purtroppo, capita che se anche i singoli passi sono ben fatti o almeno motivati, la coreografia finale non riesce ad affascinare lo spettatore, non riesce ad evocare le sensazioni provate dai suoi creatori, e genera un movimento confuso e poco significativo. Se poi il campo di prova è il mito, il compito diventa ancora più arduo, soprattutto in una società che ha perso il rapporto quotidiano con esso, ma che sempre più lo cerca, senza riuscire a definirne la natura.

 

 

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