Said Bey e Abdelkebir Regaguena, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Said Bey e Abdelkebir Regaguena, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Per la prima volta in Italia sbarca il Teatro Nazionale Mohammed V di Rabat, in scena, al Teatro G.Poli a Santa Marta, con Bladi Mon Pays! Scrivo questo articolo mentre i giornali sono già in edicola ma non ancora tra le mie mani, e mi aspetto di trovare, almeno su quelli locali, qualche appunto sulla “lesa identità veneta”, perché in laguna viene rappresentato uno spettacolo proveniente dal Maghreb: uno spettacolo sull’immigrazione. Ma d’altra parte, questa volta non ci sarà Goldoni a fare da grimaldello, da “pantaleon” per la difesa di territori, ideali e identità veneta; e nemmeno il pubblico in sala potrà fomentare la polemica, vista la cospicua di compatrioti della compagnia.

Bladi mon pays, è uno spettacolo sull’immigrazione, con la regia di Driss Roukhe. Vorrei poter dire che si tratta di una storia-di-immigrati-scritta-da-immigrati, ma non è così. A raccontarci l’espatrio sono coloro che hanno scelto di restare o di tornare al paese natio “Au baldi”. Già Tahar Ben Jelloum, nel romanzo Partire, aveva narrato le storie di un gruppo di emigranti, portandonci al fondo delle dinamiche nostalgiche e drammatiche dei rapporti tra uomo e uomo, tra l’uomo e la sua terra. La nostra storia è ambientata in Francia, nella banlieue di Parigi, Abdelkebir Regaguena e Said Bey raccontano Kader e Habib, fratelli: due storie, due vite, due modi diversi di vivere l’espatrio. Quello che vediamo in scena è un’analisi approfondita della situazione psicologica in cui si ritrovano i due, a distanza di qualche anno dall’arrivo nel paese straniero. Espatriati in cerca di lavoro, pensando all’Europa come al paradiso, si ritrovano a dover far i conti con la realtà, con la vita che li ha seguiti dal Marocco fino in Francia: persi entrambi, l’uno nella nostalgia della terra madre, l’altro nella vita malavitosa dei sobborghi parigini. Il racconto attinge da un immaginario comune e rimanda alla rappresentazione della banlieue che ci hanno dato film come La Haine di Mathieu Kassovitz. Droga, furti, pestaggi non vengono rappresentati in scena ma raccontati nelle confessioni di Habib. Sviscerata con fiumi di parole, la relazione tra fratelli diventa oggetto di rancore, al contempo amore e odio, morbo e cura, voglia d’indipendenza e legame indissolubile. A far da contraltare alla vita squilibrata di Habib, c’è l’esilio nell’esilio di Kader, continuamente chiuso su se stesso, ancora sommerso dal mare della traversata, ancora in balia delle onde: non sa trovare un posto per sé all’interno di quella società che non accetta e non vuole accettare. Ma la strada del ritorno, l’accettazione del fallimento sono già oltre, tornare in Marocco non è la soluzione, Kader trova la risposta chiusa nel cassetto insieme ai suoi sogni, per un addio definitivo e totale.

La scena spoglia, forse ingenua, un divano, una scrivania, tre quinte, tutto ricoperto dallo stesso colore: nero. Gli attori recitano in arabo e francese, usando quelle espressioni gergali che quando impari una lingua ti restano in testa, (le flic per il poliziotto) o altre, insulti che non pronunceresti certo nella tua lingua (sale arab per sporco arabo). Il testo, poetico e a volte ironico (ironia velata dalla lingua che a volte disorienta lo spettatore italiano) scivola nei sottotitoli e distrae l’attenzione dagli attori. L’azione e il gioco attoriale poco convincenti; imprecisi ma nonostante tutto efficaci, gli attori suscitano il riso della platea attraveso caricature e imitazioni degli idoli nazionali e colorando di ironia la più disperata situazione sociale. Spettacolo rivolto al Marocco, dunque, con un invito a non abbandonare la propria patria, a partire per tornare. Ma anche denuncia lanciata all’Europa, accusata di razzismo e violenza, ma forse più gravemente colpevole d’ignoranza, d’esser ancora convita di star al centro della cartina politica ed economica del mondo, di vendere ancora un sogno che non si realizzerà mai. Successo tra il pubblico marocchino presente in sala, soddisfazione delle autorità; diversa la reazione della platea italiana forse persa al suono di una lingua sconosciuta e delusa dalla rappresentazione non abbastanza incisiva per degli occhi ormai stanchi in cerca di un Teatro che sappia ancora sconvolgere.

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