Giuseppe Emiliani; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Giuseppe Emiliani, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Le vette cercano gli abissi”, aveva detto lo psicoanalista junghiano James Hillman. L’Ulisse descritto da Alberto Savinio, protagonista di una delle sue prime opere, scritta nel 1925, Capitano Ulisse, è un uomo solo, troppo intelligente per non sentirsi estraneo e fuori posto. Un uomo che scivola negli abissi, tormentato dal desiderio. Non un desiderio che spinge ad agire, bensì quello che distrugge, che rende incapaci di credere e, quindi, di fermarsi. Il suo viaggio non è, come quello omerico, il cammino verso qualcosa da raggiungere, ma piuttosto una strada verso se stesso, nella continua ricerca della sua identità. È un anti-eroe, poiché non vuole cambiare, non ha una meta, ha la necessità di capire se stesso, ma forse non la voglia.

E, per questo, è un uomo. Insegue diverse donne ma non le riconosce, poiché sono solo un modo per esistere, l’oggetto sempre mutevole del suo desiderio. Questo è il protagonista dello spettacolo diretto da Giuseppe Emiliani, Capitano Ulisse, che debutterà al Teatro Goldoni, domani, alle ore 20.30. Una messa in scena che deriva dal lavoro laboratoriale svoltosi alla Biennale nel  novembre scorso, che si propone di recuperare il testo di Savinio, ormai quasi dimenticato. È un Ulisse (interpretato da Antonio Salines) che vive nella continua ansia di trovare qualcosa, per poi accorgersi di averla già, un uomo che desidera sempre la stessa persona. Motivo per cui, come ha spiegato il regista, intervenuto alla conferenza stampa, sarà un’unica attrice, Vanessa Gravina, ad interpretare tutte le donne della storia, Circe, Calipso e Penelope. In scena, nel ruolo di un narratore che rimanda evidentemente allo stesso Savinio, sarà Virgilio Zernitz.