Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

Intervista a cura di Anna Serlenga

Incontriamo Nikita Milivojević durante le ultime prove tecniche prima del debutto: il regista serbo, direttore del BITEF Festival di Belgrado e dell’omonimo teatro, sembra presente ed accurato, gentile con i suoi collaboratori ed animato da sincera passione. I suoi attori sono tutti molto giovani e sembrano divertiti dal lavoro, si percepisce un clima disteso. Dopo qualche momento d’attesa, Nikita ci dedica un po’ del suo prezioso tempo, tra una canzone e l’altra dello spettacolo, seduti tra le poltroncine rosse del teatro.

Puoi parlarci del tuo percorso teatrale?

Ci sono come due “parti” della mia vita teatrale: ciò che è successo negli anni Novanta nella ex Jugoslavia, qualcosa di folle, di veramente difficile e in ogni caso di diverso da adesso, dopo la pace. Quel primo periodo era segnato dal regime di Milosevic, e la cosa interessante e folle è che è stato un momento davvero creativo per il teatro. Il teatro era vivo, c’erano lavori davvero interessanti: probabilmente perché era davvero chiaro che eravamo contro i politici e in modo molto creativo, con tantissime idee, tantissime innovazioni. Ora, a distanza di tempo, è chiaro che non abbiamo nessun problema a dire ciò che vogliamo in teatro: semplicemente perchè a nessuno interessa più il teatro! Normalmente si pensa che dicendo qualcosa di forte – ossia contro una situazione politica – si va incontro a problemi. In quel periodo non era così: Milosevic e il suo regime non si interessavano del teatro, e si poteva dire ciò che si voleva. E questo era molto positivo: era un motivo per fare molto. Il teatro era in qualche modo una via di fuga: era un modo di parlare attraverso l’arte con le persone. Mi ricordo di quegli anni come un momento che mi ha ispirato: ho fatto moltissime cose , come Under the dag, o alcuni titoli di grande attualità. Poi ho iniziato a muovermi sempre di più da Belgrado, per andare a lavorare in altri teatri. Anche all’estero. E così inizia il secondo periodo della mia vita artistica. Ho cominciato a lavorare in Grecia, dove sono rimasto per lungo tempo. Lì ho incontrato Dimitri Kamarotosn, che è il mio compositore ed è con noi anche a Venezia: negli ultimi dieci anni abbiamo sempre lavorato insieme. Dopo la Grecia sono stato in Francia, Svezia, Slovenia, e in ex Jugoslavia: sono stato il primo regista serbo invitato in uno spazio della ex Jugoslavia…

Anche in Bosnia?

Solo per il MESS Festival, dove mi hanno invitato con uno spettacolo che avevo già presentato ad un Festival in Macedonia. Un regista di Belgrado a Sarajevo con uno spettacolo macedone! E la cosa ancor più interessante è che lo spettacolo era Antigone! Il tutto risale a quattro anni fa. La mia vita era partire e poi tornare indietro: negli ultimi due anni sono molto più spesso a Belgrado per il BITEF Festival e il teatro BITEF, perché sono il direttore artistico di entrambe le istituzioni. E adesso ho scelto di stare di più a Belgrado: c’è ancora molto da fare, perché la situazione è cambiata, è diventata altro: qualcosa che non amo. Per i soldi, per la situazione economica, il teatro è diventato come tutto il resto: commerciale, banale, di intrattenimento. Siamo abituati ad un teatro che è una importante forma d’arte: quando ho studiato, o anche negli anni Novanta, abbiamo usato il teatro per dire cose serie ed interessanti. E quando facevi qualcosa, doveva essere davvero importante, necessaria. Mai intrattenimento: non si faceva teatro tanto per farlo, cercavamo continuamente delle buone ragioni per noi stessi e per il pubblico. Durante il regime di Milosevic il teatro era molto legato alla realtà: adesso sembra si sia perso quel legame. Abbiamo perso Milosevic e abbiamo perso l’obiettivo! Non sappiamo a cosa andare contro e siamo un po’ confusi! Sto scherzando, ma c’è un fondo di verità:e nel nostro spettacolo parliamo anche di questo. Gran parte degli immigrati che sono partiti dalla Serbia, sono partiti negli anni Novanta e poi c’è stata una seconda ondata nel 2004, cosa per me sorprendente. 

Perché?

Nel 2004 il peggio era passato: le cose andavano decisamente meglio a Belgrado. E anche se, ufficialmente, non eravamo nell’Unione Europea, sembrava che più o meno lo fossimo: si poteva viaggiare anche se potevi avere dei problemi con i Visti. Ma nel 2004 probabilmente le persone erano infastidite dal fatto che il cambiamento non fosse così radicale e neanche veloce. Era passato un anno dall’assassinio del premier Gingic: lui  dava la speranza che il cambiamento potesse arrivare. Dopo quell’attentato molti giovani non hanno avuto più pazienza. La vita passa in fretta, e quei giovani, anche molto colti, volevano guardare a una vita migliore. Così sono partiti. Circa 700mila persone hanno lasciato la Serbia: e sono moltissimi se pensi che noi siamo solo 8 milioni. Il paese ha perso “cervelli”, una generazione per il futuro. Per questo è importante essere alla Biennale di Venezia: perché ufficialmente noi non siamo parte della Comunità Europea, ed è una ragione in più per essere qui e incontrare le persone, per mostrare cosa stiamo facendo nel teatro, per confrontarci… Per me è fondamentale in teatro: se hai possibilità di muoverti, di girare con i tuoi spettacoli, di incontrare persone è davvero un lavoro bellissimo, altrimenti è davvero noioso. E dal momento che lavoro anche con gli studenti, con persone giovani, ho voluto portare a Venezia qualcuno dei miei studenti dell’Accademia: le giovani generazioni devono capire che è giusto viaggiare, fare spettacoli con persone che vengono da fuori, incontrare persone nuove, scambiare esperienze, vedere come lavorano e pensano… Allora, forse, questo è un terzo periodo per la mia vita!

 

Lavori dunque sempre con lo stesso gruppo di attori?

Sto cercando di creare un gruppo con persone che lavorano spesso per il Teatro BITEF: non ufficialmente, ma recitano preferenzialmente al BITEF. Dopo uno spettacolo, cerco di dare la possibilità di fare anche il successivo. Il BITEF è l’unico teatro di Belgrado che non ha un ensamble permanente. Siamo sostenuti dal Comune, ma non abbiamo un ensamble stabile: creiamo un gruppo per il singolo progetto e poi pensiamo al successivo. Grazie al Festival, però, siamo abbastanza famosi, abbiamo molte connessioni con teatri europei, facciamo molti scambi.

 

Ciò che sembra interessante in Winter Gardens è il rapporto tra i giovani serbi partiti, che popolano le città europee, spesso a loro ostili, ma che da lì guardano a Belgrado e ne restituiscono un immagine… Qual è dunque la relazione tra Europa e Serbia?

 

Questa è la domanda. Abbiamo frammenti di molte persone, parti della loro vita di cui abbiamo scelto i momenti più interessanti, in vista della tasposizione teatrale. La cosa più difficile infatti è stata capire come lavorare, a teatro, partendo da email, da comunicazioni virtuali come Skype o la chat. Da questa distanza: come fare teatro? Non è drammaturgia, non è una pièce: sono solo frammenti di email! Abbiamo scelto di non leggere tutte le email, altrimenti sarebbe stato come fare radio. Questa è stata la difficoltà ma anche la sfida. Abbiamo cercato di capire come avesse reagito la gente: cosa pensa, qual è la sua vita adesso, come vedono la Serbia e la loro situazione nei paesi dove sono immigrati. Queste sei storie sono vere, non sono inventate: sono accadute davvero a persone che conosciamo. Le abbiamo scelte come le storie più belle, emozionanti. Dappertutto il mondo è cambiato, da nessuna parte ti senti sicuro, come qualche anno fa, si combatte per la vita. Ma se il posto dove stai è bene organizzato ti senti certamente più sicuro: non so come sia la situazione in Italia, ma almeno mi sembra sotto controllo. In Svezia hanno trovato il modo di utilizzare gli immigrati per qualcosa, in Canada avviene più o meno lo stesso: ma in altri paesi non c’è sistema e combatti per sopravvivere per la vita quotidiana. Parlo di “sistema” per intendere la possibilità di proporti per un lavoro, di entrare in una scuola per imparare la lingua: quando arrivi sai dove andare, bussi alla porta e ti dicono cosa devi fare. Quindi il sistema organizza qualcosa. Ma in molti paesi sei solo un lavoratore in nero, non hai documenti, guardi solo alla sopravvivenza, non hai la possibilità di tornare a casa per tre o quattro anni, perché rischi di perdere tutto. E’ molto difficile, ma ci sono anche persone che hanno successo, nel lavoro e nella vita, che trovano una vita migliore che in Serbia. Immigrazione non significa per forza qualcosa di negativo: a volte significa una vita migliore….