Intervista a cura di Camilla Toso

Diplomato all’Istituo superiore d’arte drammatica e di animazione culturale di Rabat, Driss Roukhe – nato a Meknès nel ’68 – si specializza al Conservatorio nazionale superiore d’arte drammatica di Parigi grazie a una borsa di studio, per poi tornare in Marocco, dove fonda una propria compagnia, Théâtre des sept con cui realizza quasi tutti i suoi spettacoli. A Venezia presenta Bladi mon Pays!, con la collaborazione del Teatro Nazionale Moahmmed V, spettacolo rivolto al Marocco ma anche all’Europa.

Qual è il suo rapporto con il Mediterraneo?

Prima di tutto il Marocco è un paese Mediterraneo e ha sempre adottato nella sua politica una prospettiva di comunione con tutti gli altri paesi mediterranei. Siamo affacciati sulle due rive, siamo affacciati sull’Europa e sull’Africa. È molto importante per noi essere qui e laggiù allo stesso tempo, avere un atteggiamento culturale che ha molta più tolleranza verso le altre culture: abbiamo un passato storico di legami molto significativi soprattutto con la Spagna, l’Italia, il Portogallo e tutte le rive del mediterraneo. Attraverso questo spettacolo, una delle cose più importanti che abbiamo cercato di fare è stata raccontare delle storie: ci siamo interrogati sul perché gli immigrati credono che il Marocco non abbia risorse sufficienti per restare; perché partono, perché viaggiano costantemente perché cercano lavoro in Europa. In questo spettacolo, poniamo una domanda su dove sia l’Eldorado. Io credo che non esista: credo che l’Eldorado sia dentro di noi, nella famiglia, nella tradizione, nel proprio quartiere. Nel sogno di cambiare il proprio paese, ma di farlo non viaggiando verso altri paesi, non abbandonando il Marocco. Attraverso questo spettacolo vogliamo dimostrare che siamo ricchi di emozioni e di possibilità quanto gli altri paesi, e che non serve partire per raggiungere questo sogno. Per noi il Mediterraneo non è un luogo di sogno ma rappresenta un paese dove possiamo cambiare molte cose, sociali, economiche, politiche…

Come è nato dunque Baldi, mon Pays! E di cosa parla?

Lo spettacolo attraversa il Mediterraneo per raccontare la storia di due fratelli immigrati clandestinamente in Francia. I protagonisti affrontano il problema dell’integrazione con l’Altro, cercano un’identità in un altro paese. E questo porta a due storie diverse, due differenti vie d’integrazione. L’uno è un cattivo esempio di inserimento, l’altro invece resta chiuso su se stesso, legato al suo paese, al passato, resta al fondo senza aver la forza di materializzare i propri sogni. Attraverso la relazione tra i due fratelli vediamo i problemi che hanno tanti immigrati in un paese straniero, al di là del Mediterraneo, come è la Francia e parliamo della vita nella banlieue di Parigi.

L’esperienza personale ha influito sull’opera ?

Nell’arte in generale c’è sempre un apporto personale, un’identità che si rivela, che inconsciamente si integra e riconosce nell’opera. Effettivamente anche in questo spettacolo c’è del personale perché l’ho scritto facendo un viaggio in Francia, ponendo delle domande. Ho redatto un questionario, per sapere cosa pensavano gli immigrati, non solo marocchini, ma anche algerini, tunisini… Attraverso quelle domande volevo capire se ci sia una vera integrazione nel paese straniero dove si erano trasferiti.
“Avete mai pensato, sognato di ritornare al vostro paese d’origine?” Questa era la prima domanda e tutte le risposte si riunivano sotto un’idea: è difficile ritornare perché abbiamo dei bambini, rispondevano gli adulti; oppure è difficile tornare perché siamo nati qui, dicevano i giovani. Quindi l’integrazione era in ogni caso forzata dai legami di parentela. Sognano di restare per sempre nel paese straniero pur sapendo che la loro anima è legata al Marocco, o al paese d’origine, che non possono cambiare il loro stile di vita, la propria tradizione. Anche se possiamo parlare di una “nuova tradizione” che si sta adattando al nuovo modo di vivere, di reagire, ai diversi modi di pensare. A questo lavoro di indagine, ho aggiunto la mia esperienza personale di studente a Parigi. C’è uno stile di vita, allora, un modello che non possiamo seguire, perché non ci integriamo completamente.

Cosa ne pensa della situazione in Marocco, perché ci sono così tanti espatri verso l’Europa?

Ogni famiglia marocchina ha un membro che vive all’Estero. Il problema è che l’Europa sembra un sogno, ed un sogno vietato. Tutti vogliono venire, trovare lavoro. Avere i documenti e il permesso di soggiorno è difficile, anche se si lavora. Allora mi dico, lasciate venire la gente in modo semplice, senza troppi problemi così che vedano che le difficoltà sono le stesse che da noi; una volta visto, torneranno a casa. Con queste partenze si perde la gioventù, si perde l’anima del Marocco. Il Paese ha bisogno dei suoi giovani, delle sue forze per costruire un vero futuro. Perché stiamo cercando di costruirci, di dare un’immagine positiva di noi stessi. La fortuna è quella di restare: perché se resti vuol dire che resisti, a qualunque costo. Sono molti i problemi del Marocco, ma ci sono anche molte cose positive: c’è la democrazia, è in corso un cambiamento incredibile, un’aria nuova, l’economia sta prendendo forma, la politica comincia a uscire dalle problematiche che abbiamo vissuto negli anni Ottanta. Io non accetto l’idea che un giovane marocchino invece di restare a lavorare nel suo paese, nella sua famiglia, parta per vivere in un altro mondo, dove non avrà gli stessi diritti, dove non potrà esprimersi o semplicemente votare.

Lei è molto famoso, soprattutto nel cinema e in televisione, ha recitato in importanti film hollywoodiani, tra i quali Babel di Alejandro Gonzalez Inarritu. Tra Cinema o Teatro cosa sceglierebbe?

Non c’è scelta, è tutta Arte.Ogni albero ha dei rami: cinema, televisione, teatro sono rami dell’albero dell’arte. Faccio molta televisione e cinema ma non lascio mai il teatro, perché è una cura, ti purifica, ti dà la forza di resistere, di continuare a vivere tranquillamente. È una terapia, che può donare la forza di cambiare, di rimettersi in discussione sempre. Ogni volta che ritorno al teatro è come se tornassi a mia madre. Ritorno non perché mi sento lontano, ma perché ne ho bisogno, ho bisogno delle sue forze, delle sue energie del suo latte.

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