Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Durante la visione dello spettacolo Bladi, mon pays! di ieri sera si è venuta a creare, in platea, una situazione quasi surreale.
Il pubblico era piacevolmente multietnico, composto da italiani e magrebini. I primi spostavano di continuo lo sguardo dal palco al pannello dove scorrevano i sottotitoli, i secondi, ovviamente, si godevano appieno lo spettacolo.
Il testo scritto era decisamente drammatico: due fratelli, Kader (Abdelkebir Regaguena), Habib (Said Bey), raccontano la loro disperazione come immigrati, la loro nostalgia per il Paese d’origine, il viaggio, le violenze subite. Del Marocco raccontano avvenimenti agghiaccianti: i bambini che fanno uso di oppio, la corruzione ovunque; arrivano a dire che là si vive come “mosche in mezzo alla merda”.
Ecco, allora, lo scollamento tra i due pubblici. Coloro che non capivano l’arabo partecipavano con rispettoso silenzio al dolore espresso con grande enfasi  in scena, restando un po’ basiti nel sentire, invece, molti spettatori – che capivano l’arabo – ridere di continuo. Ciò che è successo, a prima vista incomprensibile, è che il testo raccontava sì di molti problemi e sofferenze, ma in forma di satira, amara e divertente, difficile da cogliere attraverso i sottotitoli. Un’ironia fatta di sfumature, giochi di parole, riferimenti locali molto apprezzati dai connazionali degli attori, ma che non può parlare a un pubblico che non conosce l’arabo e ciò di cui si parla. Succede così che metà pubblico sembra guardare uno spettacolo completamente diverso da quello visto dall’altra metà della platea. Una divisione netta, palese.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Si è parlato tanto, e a buon diritto, di scambi culturali e di dialogo; molte le esperienze fruttuose, da questo punto di vista, che la Biennale Teatro ci ha regalato sia nell’edizione di Novembre che in quella in corso – basti ricordare la forza de La Polveriera di Dimiter Gotscheff; l’emozione dei ragazzi di Gerusalemme Est di Vacis; o pensare a come Adonis ci abbia avvicinato di più alla poesia araba.
Ma quando la satira entra in un progetto, ecco che le differenze e la lontananza diventano d’improvviso fondamentali, e l’incomunicabilità è inevitabile.
Per Daniele Luttazzi «la satira è un punto di vista e un po’ di memoria, quindi dà fastidio perché ricorda un fatto, inoltre dà fastidio perché, il punto di vista dell’autore satirico, che è quello che scatena la risata, fondamentalmente, consente allo spettatore, all’ascoltatore, di mettere in prospettiva il fatto stesso e quindi di comprenderlo». Occorre, quindi, per comprenderla, una memoria comune, la possibilità di capire i fatti a cui l’attore/autore fa riferimento. La satira castigat ridendo mores – castiga i costumi deridendoli: è dunque necessario che questi costumi siano condivisi. Non è un dato negativo, ma semplicemente di fatto. E in fondo ciò significa che è più naturale ridere delle proprie disgrazie che di quelle altrui, e la satira una forma da proteggere proprio nella sua non esportabilità, nel suo avere un destinatario preciso a cui rivolgersi in quanto ironica critica alla politica ed alla società che il pubblico deve conoscere bene per poterne ridere.

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