foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Più che pertinente la presenza di Loredana Putignani al 40. Festival Internazionale del Teatro dedicato al Mediterraneo con il progetto Visioni Madri Migranti: un’antologia video che documenta il lavoro di sperimentazione teatrale condotto nell’arco di un decennio dalla Compagnia Terzo Mondo Teatro in Italia con persone di provenienza extracomunitaria.

Dell’antologia, l’altro giorno all’Auditorium Santa Margherita di Venezia, Loredana Putignani, la ‘donatrice di scintille’ come l’ha definita Claudio Meldolesi per presentarla, ha potuto portare un assaggio di video documentari di cui è ideatrice, regista, allestitrice e di cui Youssef Tayamaun ha curato il montaggio.

In questo caso il teatro è mediato dal filtro della telecamera che restituisce in immagine video l’esperienza vissuta. Lo strumento ‘non rappresentativo’ scelto risulta particolarmente adatto a rendere il senso di quello che si vuole esprimere. I protagonisti sono marginali, nomadi, sans papier, bidoun: quanto si restituisce è la loro dimensione altra, la loro differenza, o meglio l’identità che si qualifica per negazione, per sottrazione.

L’esperienza teatrale è cruciale nel video Laboratorio donne migranti & visioni dello spettacolo La porta dell’ascolto che documenta le fasi del processo di realizzazione di uno spettacolo costruito con un gruppo di donne nigeriane ed altri migranti; l’iniziale diffidenza, il riavvicinamento del corpo al corpo, l’apprendimento di una nuova lingua, la vita trasformata dalla scena sono tra i momenti salienti che la telecamera riesce a trasmettere.

Luogo ideale di espressione della differenza è dunque per eccellenza il teatro, dove la finzione offre sì la libertà di esposizione all’altro ma lo sguardo che la osserva è documentaristico: tanto discreto e rispettoso quanto realistico. Se il Giudizio è lo scoglio culturale e sociale contro cui si infrange l’esistenza negata dei migranti, la ‘non rappresentazione’, per usare un concetto caro a Deleuze a cui la stessa Putignani si rifà, è la forma espressiva più consona a rendere il senso di questa sottrazione.

La ripresa video, nel montaggio per frammenti, attenta all’essenziale e al dettaglio rende l’effetto della sottrazione, così come il metodo performativo e installativo che accompagna l’espressione teatrale, svincolata dalla narrazione e dalla messa in scena di un testo, offre “visioni, in commistioni poetiche” che “alimentano lo spazio scenico come luogo magnetico, per la resistenza del vivere”.

Lo spazio scenico come luogo magnetico dunque in cui la lingua, i gesti, le immagini sono sintomo di esistenze amputate ma a loro volta strumenti in grado di amputare gli elementi stabili del Potere, vere e proprie forme critiche e di denuncia tradotte però sempre con delicatezza e sensibilità dalla Putignani; anche quando il documentario racconta esperienze crudeli come nel caso di Ararat una cometa dal cielo turco, video che ci parla dell’integrazione di un gruppo di uomini, donne e bambini curdi a Badolato, un paese della Calabria svuotato dei suoi abitanti, senza omettere le vicende della loro condizione di profughi e le violenze subite prima dello sbarco in Italia.

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