Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il rumore del mare trascina lo spettatore nella realtà di Napoli, la città ricoverata, il manicomio, la città che, distrutta, si rialza sempre. I corpi degli attori emergono dal buio. Sono trascinati dalla corrente della vita e della paura. Corrono, ognuno con il proprio bagaglio, in circolo, perché non c’è più un posto in cui andare. La guerra ha distrutto tutto, ma non la forza degli abitanti della città. Almeno, non di quelli che si ritrovano insieme nel rifugio antiaereo, a condividere la tragedia della seconda guerra mondiale. Rappresentanti di quella popolazione partenopea che, stretta tra i tedeschi e gli alleati, riuscì a liberarsi durante le “quattro giornate di Napoli”, dal 27 al 30 settembre del 1943. Morso di luna nuova, spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove, diretto dal regista Giancarlo Sepe, basato sul racconto per voci in tre stanze di Erri De Luca, con l’alternarsi di luce e buio, con il rumore delle bombe e il silenzio del terrore, ha ricordato all’uomo la sua fragilità. Quanto tutto sia precario e instabile e quanto, allo stesso tempo, sia forte la capacità di resistere. La “Napoli che sta sotto” è capace di distruggere la “Napoli che sta sopra”. Anche se l’unica arma a disposizione è l’autoironia.

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Gesti, espressioni e dialetti, in un mondo deserto, possono essere la certezza, il legame tra gli esseri umani. Ridere di se stesso è l’unico modo che ha l’individuo per salvarsi, quando ha paura. Perché avere la capacità di prendersi in giro è il primo passo verso la conoscenza delle proprie debolezze, ma soprattutto del proprio coraggio. Se si è tanto leggeri da preoccuparsi del caffè, mentre piovono bombe dal cielo, si è capaci di sopportare di tutto. Evadere non è andare a vivere in un altro mondo. È vivere il proprio quando viene impedito dalle circostanze, continuare a camminare su un terreno che sta per saltare in aria. Volare sopra di esso, se necessario.

Il buio e il nero dominano la narrazione, resi vita dalle musiche che, da sole, fanno andare avanti il racconto. Ci viene mostrata una città fatta da uomini coraggiosi, persone che si incontrano, si conoscono e vivono insieme il sentimento più antico e devastante dell’uomo, la paura. C’è Biagio (Antonio Spadaro), con il suo canarino miracoloso, che lo avvisa delle bombe prima della stessa sirena. Con lui, l’amico Armando (Simone Spirito), il sovversivo. Ci sono Oliviero (Giovanni Esposito) ed Emanuele (Giampiero Schiano), con le loro riflessioni amare e, allo stesso tempo, leggere, che rappresentano tutto lo spirito di Napoli, la capacità, tipica del suo popolo, di ridere delle proprie tragedie; c’è Elvira (Luna Romani), che vede solo il mare, perché è il suo rifugio. Con lei anche la madre Rosaria (Caterina Sylos Labini) e il padre Gaetano (Antonio Marfella), portiere dello stabile. E, poi, c’è il generale (Marco De Notaris), l’ultimo ad accettare il tradimento tedesco. Anche lui è un uomo, ha solo più paura degli altri.

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Una riflessione su come rialzarsi, sul non piangersi addosso, sulla capacità di reagire, sempre e comunque. Sotto i colpi delle assurdità umane o, semplicemente, della sfortuna, l’importante è mantenersi in piedi. Anche se, dopo una caduta, nulla sarà più uguale. Il giovane Armando non aveva mai sparato. La sua vita non sarà più quella di prima, ma sarà vita. Alla fine, Napoli insorge. Si libera da se stessa.

 

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