La musica in scena,
compagna di poetiche chiare,
disegna un mondo,
apre il viaggio verso terre straniere.
L’attore e il musico insieme,
unico corpo e immagine.

Gruppo Calicanto, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Gruppo Calicanto, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Parlo della musica del gruppo Calicanto per l‘Otello di Pantakin, unico spettacolo con musica dal vivo fino ad oggi, alla Biennale Teatro. Il gruppo nasce nel 1981, ha sede a Teolo in provincia di Padova, da anni organizza il Festival di Musica e Cultura Popolare del Veneto, Ande Bali e Cante, e collabora con diverse produzione teatrali e cinematografiche. La sua attenzione è rivolta agli studi etnomusicali sul territorio veneto, a quel tempo estremamente rari, sviluppa la sua intera poetica sul Folk, e sul recupero di alcuni strumenti antichi che non vengono più fabbricati: come la piva, antica cornamusa veneto-emiliana. Le sonorità arcaiche di ocarine, mandolo, salterio e cornamusa, rimandano ad un immaginario passato, epico e in qualche modo etico. Un urlo lirico e lontano, che richiama alla terra madre, che preme nel petto e trascina sul fondo, costringe lo spettatore ad ascoltare, ad ascoltarsi. Un tamburo che batte, una lingua (s)conosciuta, un ritmo incessante che non ti lascia andare.
Le musiche per l’Otello ambientato a Famagosta, sono accompagnate dalla voce di Claudia Ferronato, profonda e calda. Il canto è in misto di lingue e dialetti, tra spagnolo e veneto, con sonorità arabe e mediorientali. La musica dei Calicanto accompagna l’Otello in tutte le sue calde sfumature, dalla festa alla satira, dalla commedia al dramma, colorando e dipingendo il ritratto di un Mediterraneo color sangue. Dando il ritmo all’onda, il rombo alla battaglia, la melodia all’amore, la violenza alla gelosia. Dialogando continuamente con la scena arricchisce e accompagna l’azione dell’attore, facendolo sentire meno solo, e portando lo spettratore oltre l’orizzonte, al di là del confine.

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