Il Capitano Ulisse, edizione scenica dell’omonimo testo di Savinio per la regia di Giuseppe Emiliani, è un lavoro complesso, ricco di sfumature, che non lascia spazio a giudizi inappellabili, ma che pone lo spettatore in una condizione di continua riflessione.

Il testo di Savinio, scritto nel 1925 per il Teatro d’Arte di Pirandello, fu rappresentato solo nel 1938 con scarso successo. Dopo la pubblicazione in un centinaio di copie (nel 1934) esso ha subito il destino di un rapido oblio: ad Emiliani dunque il merito di aver riproposto una drammaturgia tagliente, difficile, pensata e scritta in un’epoca precisa, il fascismo, ed in anititesi ad un’etica ed un’estetica dell’arte vicina al dannunzianesimo. Un’epoca che ha “vestito il Teatro del suo colore del lutto, il nero”. Savinio dunque propone una critica sottile ed ironica, propria del suo stile pungente, ad un modello letterario che è anche un modello esistenziale.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il suo Ulisse è un antieroe, che nella regia di Emiliani è interpretato da Antonio Salines, vittima stessa del suo desiderio per le donne che costellano le rotte del suo viaggio: la dannunziana Circe, cui Emiliani affida una recitazione di stampo antico, che ricorda ironicamente Elenora Duse e il suo attacarsi alle tende; urla e sviene e soffre, in modo straniante. Poi Circe, la borghese, “tette burro e parmigiano”, che vuole Ulisse come un marito da salotto, cui comprare le pantofole ed aprire il conto in banca. Ed infine la tanto agognata Penelope, austera, che più non si fida degli avventori che vorrebbero esser riconosciuti come il suo mancato Re. Le tre donne (interpretate tutte da Vanessa Gravina) portano lo stesso volto, che ossessiona Ulisse fino a portarlo a non desiderare più neanche Penelope, annichilito, debole, esausto. Un uomo poco coraggioso, schiacciato da una femminilità che non sa gestire. Ma anche un uomo in fuga da quegli stessi modelli esistenziali e d’arte che le tre donne incarnano.

Il testo di Savinio è sagace, ricco di riferimenti precisi a stili e moduli estetici d’inzio secolo: Emiliani, forse per renderlo più comprensibile, dà voce allo scrittore interpolando all’interno dell’opera una presentazione dell’autore stesso, facendolo diventare così un personaggio dello spettacolo, che commenta gli avvenimenti da un lato e che motiva le proprie scelte, dall’altro. E’ una dimensione completamente straniante, che impone allo spettatore un continuo esser vigile, che non rende possibile una vicinanza empatica, se non in termini ironici.

E pur disponendo di un cast di attori molto competenti e raffinati, lo spettacolo lascia una sensazione stranita, distante, che non riesce a penetrare oltre la razionalità e l’intelletto.

Uno spettacolo intellettuale e raffinato, che riporta una riflessione profonda ma forse, a volte, autoreferenziale.

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