Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Quando si trova uno spettacolo bello, efficace, le parole ed i complimenti scorrono sulla tastiera senza quasi pensarci. Lo stesso vale nel caso opposto: di fronte a uno spettacolo brutto, insignificante e noioso la stroncatura viene naturale; occorre, semmai, prendere il tempo per curare i toni e non risultare offensivi. Per Capitano Ulisse , di Alberto Savinio andato in scena con la regia di Giuseppe Emiliani, i pensieri si contorgono, e si fatica a delinearli in modo chiaro. Gli aggettivi sembrano venire meno, di fronte a questa messa in scena che difficilmente può completamente piacere, ma che è impossibile liquidare frettolosamente.
Per tutta la durata dello spettacolo si ha la sensazione di non riuscire a cogliere qualcosa: è uno spettacolo sfuggente, che scivola attraverso moltissime citazioni intellettuali in un’estetica spiazzante, grottesca, a tratti incomprensibile. L’ironia dell’operazione è sempre sottilissima, e spesso si incrocia con teorizzazioni di largo respiro sull’opera di Savinio, lasciando lo spettatore incapace di capire quando ridere o quando prendere sul serio la scena. Un’operazione certo anticommerciale ed antipopolare, sicuramente voluta dal regista Emiliani, a cui non si può non riconoscere un grande coraggio. Il pericolo, però, è che questa operazione risulti anche, in un certo senso, “antiteatrale”, non offrendo la possibilità di una comprensione dell’opera a diversi livelli. In parole povere, il desiderio di omaggiare Savinio va a discapito dell’aspetto più meramente comunicativo del lavoro, volgendo pericolosamente verso un lavoro di nicchia che mal si adegua all’ampia platea del Teatro Goldoni in cui è stato allestito.
Ulisse è, per Savinio, «un grande infelice, un incompreso. […] costituisce un esemplare unico, non trova luogo in nessuna categoria riconosciuta. L’incompreso è tale per eccesso di serietà: Ulisse per eccesso di futilità». Lo spettacolo di Emiliani è a tal punto fedele al testo messo in scena da arrivare a coincidere con il suo antieroe rispettando con cura le indicazioni date dall’autore stesso. Avviene, così, che Capitano Ulisse – lo spettacolo – si rivela anch’esso incompreso, inafferrabile, non categorizzabile, esteticamente carico di volute futilità, nelle scene e nei costumi, in un circolo – vizioso o virtuoso – che eleva all’ennesima potenza la riflessione sul testo e sul suo autore.

Foto di Fabio Bortot, Alvise NIcoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise NIcoletti