Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Che non fosse, in definitiva, un’eroe lo si sospettava. Ma che fosse un mezzo cialtrone, un vigliacco, succube delle donne che pure insegue spasmodicamente, non s’era mai detto in modo così chiaro. Di Ulisse, si sa, s’è scritto tutto e il contrario. Senza dubbio ha precorso il turismo sessuale: peregrinava, in giro per il Mediterraneo, a caccia di donne. Poi, però, da vecchio romantico, si innamorava, e si fermava. E qui lo coglie Savinio, quando scrive Capitano Ulisse: fermo ingabbiato prima da Circe poi da Calypso. E lui, che si sfiacca ad aspettare, a vivere nell’apparenza decadente della prima e nell’agio noioso della seconda. Poi, però, quando finalmente torna a casa, si impantana al confronto con Penelope: la stessa faccia, le stesse pretese, le solite noie. Ma lui, che pure dovrebbe o potrebbe ripartire, in realtà si adegua – ancora una volta – e resta, consolandosi a cena con un vecchio amico…

Il testo è del 1925: e Savinio, che pure era un genio assoluto, sente la risacca del tempo. Schizza via, sguilla, smonta e dissimula, fa fare salti mortali alle parole, spingendole sempre un poco più in là. Del mito gli interessa il resto, la rovina, le colonne ioniche con su dei calamaretti o dei mezzi fusilli pronti ad essere cotti. Maschere grottesche che fanno degli uomini altrettanti pesci da acquario, delle parole dei fuochi d’artificio esplosi a mezzogiorno, del tempo e dello spazio un gioco del mondo su cui saltare ad un piede solo. Capitano Ulisse è una macchina celibe: un gioco astuto e raffinato, un divertimento cupo di un intellettuale inquieto e inafferrabile; è un testo che destabilizza, che fa sprofondare lo spettatore nelle poltrone di platea, per poi farlo volare in siparietti da avanspettacolo. Inchioda il pubblico alla responsabilità di un ruolo non così chiaro: stai al gioco oppure no?

 

Giuseppe Emiliani, coraggiosamente e con un pizzico di incoscienza, rimette sul palco la sarabanda verbale del vecchio eroe Ulisse: prende sul serio Savinio, e lo rispetta quasi fosse quel Pirandello per cui lo scrittore aveva pensato il lavoro.
E sceglie un Ulisse ancora più esplicito, contradditorio, cui non manca carisma ma che certo rinnega ogni possibile rimando alla leggenda. L’Ulisse di Antonio Salines gioca con gli stilemi della vecchia scuola: le mani, le gambe, le pose: ogni gesto in lui è d’attore consumato. Ma con quel candore, con quei toni, con quell’aria spaesata e sempliciotta fa del suo (anti)eroe un uomo quasi da buttare, certo non l’adone di cui si innamorano perdutamente le tre donne. Le donne, ecco qua il nodo: Vanessa Gravina è brava nel divincolarsi tra il parossismo dannunziano e il pragmatismo borghese, e in fondo fa splendere la sola grande verità di questo testo. Che le donne, ninfe o dee, servette o intellettuali tessono trame incomprensibili per quei meschini arruffoni degli uomini. Savinio, dal par suo, l’aveva capito: e salva quel povero Ulisse dal mito, dalla leggenda, dalla sfida delle colonne d’ercole in cui lo ha relegato Dante. Né virtù né canoscenza ma un mesto tirar a campare.

Lo spettacolo, allora, è una tesi: un netto teorema, che affonda nel mondo di Savinio (opere pittoriche comprese) per farne emergere il disincantato sguardo di un flaneur precursore dei tempi. Su tutto cala una patina di gelo, quasi che le paturnie del vecchio capitano fossero mostrate sotto il vetrino di un laboratorio: così, anche le musichette da avanspettacolo o le sagaci battute del narratore-autore (affidato ad un Virginio Zernitz in gran forma), risuonano amare di disincanto e lucida razionalità. In fondo, è il racconto di un pensionamento, di una messa a riposo, di uno smantellamento: del mito, ormai, non c’è traccia. Di fronte alla banale verità del fallimento di un uomo, non c’è poi tanto da ridere.