Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Nessuna bandiera, nessuna kefia, niente propaganda o discorsi politicanti. Nessuna salvifica pretesa. Non c’è niente di tutto questo alla prima europea di Nero Inferno – trilogia quasi dantesca, sicuramente non salvifica del gruppo Ponte Radio. Solo il nome di una città accennato sul programma di sala: Jenin – Cisgiordania.
Tredici pannelli neri, tredici lampadine, tredici bambini vestiti di nero. Nient’altro. Nessuna retorica. Perché «Nero è la scoperta di quell’invisibile che vive nascosto negli angoli della Palestina». Questo invisibile continua a restare nascosto anche in scena, si svela solo a tratti, in silenzio, quasi per non recare troppo disturbo. A tal punto che potrebbe anche non essere capito, risultare lento, senza significato, perché quasi ci si dimentica che in scena ci sono dei ragazzini tra i 9 e i 12 anni: vestiti di nero, schierati come soldati, sguardo fisso nel vuoto, serio, si fatica a riconoscerne la giovane età. Non si muovono liberi nello spazio, ma lungo traiettorie lineari. Le loro menti generano sogni senza immagini.

Nel buio della scena appare di colpo lampante che non c’è infanzia a Jenin. Schiacciati da conflitti, chiusi da frontiere, soffocati dalla propaganda, quando tre italiani – Alessandro Taddei, Enrico Caravita e Valentina Venturi – gli hanno chiesto di esprimersi liberamente, questi bambini sono rimasti spaesati. Perché a Jenin gli viene chiesto di crescere velocemente. In teatro di restare ancora un po’ bambini. Ma in teatro riportano la loro realtà di non-bambini in un lavoro che non lancia messaggi, ma chiede solo di essere intravisto.
Non c’è speranza, se non quando lo spettacolo è già finito. Nelle bolle di sapone che il gruppo Ponte Radio ha regalato ai ragazzini. Nei fischi di saluto – come messaggi in codice – che partono dalla cabina di regia e ricevono risposta dal palco, quando i bambini stanno tornando dietro le quinte. Solo in quel momento si vedono finalmente dei bambini emozionati, affezionati, stanchi ma soddisfatti.