“Aria che porta al mare,

     che chiuso in gabbia diventa acqua,

          che è donna, che è vita, che è terra”

 

 

 

 

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Fondamenta dell’Arsenale, una svolta a destra, ed ecco: una folla, allegra, ciarliera, mista per età e provenienza. Fuori dal Teatro Piccolo Arsenale già l’atmosfera contagia positivamente, ricca di quella rilassatezza sorniona tipica delle domeniche pomeriggio, quando si può assaporare il tempo lasciandolo scorrere senza intrappolarlo in un orologio.

Entrando nella sala poi, per assistere allo spettacolo Nero Inferno, ci si accorge che i tredici bambini di Jenin, provenienti dalla Cisgiordania,  sono già sul palco ad attenderci, immobili, ognuno sotto una lampadina sostenuta da un lungo filo sottile, circondati da una scenografia scarna di nude pareti di mattoni e pannelli neri allineati intorno al perimetro del palco.

 

Calano le luci e l’oscurità avvolge tutto, smaterializzando quasi i piccoli corpi vestiti di nero, che sembrano davvero emergere da un buio d’inferno fattosi materia e voce, voce condensata in tre parole ripetute più volte: acqua, mare ed aria. Solo la fioca luce gialla delle lampadine, segno di speranza di giovani vite, sembra non arrendersi al nulla che la circonda, sostenuta dal dolce canto di una ragazza,  seduta di spalle sul fondo del palco, il cui volto viene riflesso, deformato, da un panello specchiante come carta stagnola.

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

I bambini si spostano uno ad uno verso le pareti, recuperando un pannello per ciascuno, che diverrà compagno di una danza silenziosa, semplice ed efficace, anche se forse un po’ lunga, che trasforma lo statico buio in uno spazio dinamico, percorso da movimenti interiori, che diventano muri che bloccano o muri che cadono per aprire la via. I corpi dei piccoli interpreti sono stati coltivati dal Gruppo Ponte Radio durante la loro permanenza in Palestina, poiché, come racconta Alessandro Taddei in un’intervista, “qui i corpi sono come ulivi, piegati dall’occupazione”.

La danza viene poi interrotta da un’improvvisa oscurità totale, che si condensa in suono: rombo che scuote il pubblico e tintinnio di biglie che cadono, simbolo di gioco, di un gioco interrotto all’improvviso, ma anche forme simili a proiettili, quando restano immobili sul pavimento.

Nuovi ammalianti giochi di luce ritmano altre danze, che svelano parole e disegni tracciati su alcuni pannelli: aria accompagnata da un’onda: mare con due onde che lo stilizzano; acqua la cui scritta assume le sembianze di un volto di donna, fiancheggiato da una grande goccia disegnata. Termini arabi, compresi anche grazie a due piccole vicine di poltrona palestinesi, che mi indicano sul volantino la traduzione, comunicandomi un’attenzione nei miei confronti che non ha bisogno di parole, ma che si esprime nei gesti e negli sguardi, come quelli dei loro coetanei che, con pochi mezzi, rendono questo breve spettacolo evocativo ed intenso, grazie anche ai giochi di luci e ombre che creano anfratti segreti sui loro volti e corpi.

Un buon risultato per il Gruppo Ponte Radio di Ravenna, formato da Alessandro Taddei, Enrico Caravita e Valentina Venturi, la cui avventura palestinese e quelle che la precedono possono essere approfondite consultando la sezione “diario” e “press” nel  loro sito ufficiale, www.ponteradio.org.  

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Esito ottimo non solo raggiunto nello spettacolo, ma anche nella capacità di creare un pubblico nuovo, formato da famiglie, bambini, giovani e anziani, una platea multietnica, in cui si sentono parlare diverse lingue e che ama soffermarsi all’uscita del teatro per scambiare opinioni. Un esempio insomma di quello che dovrebbe essere il pubblico del futuro, in una sognata realtà d’integrazione che stenta a realizzarsi.

 

 

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