Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Abdelkebir Rgagna. Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Come spesso si sottolinea, uno degli aspetti che caratterizzano positivamente il teatro è la sua irripetibilità. Ogni evento è a sé, aperto alle mille possibilità del caso, potenzialmente pronto a sfociare in qualcosa di diverso ad ogni rappresentazione.

Anche la seconda replica di Bladi mon pays, venerdì 27, ha confermato la regola: il pubblico non sembrava più diviso in due, in una parte marocchina e in una italiana; non ci sono state risate di alcuni che sconcertavano altri, solo quelle di un bambino, squillanti e incontenibili, davanti a un balletto buffo dell’attore. Bisogna però anche osservare che la parte marocchina non si presentava molto numerosa, poiché il cospicuo gruppo di connazionali in viaggio verso Venezia è riuscito ad entrare in teatro solo alla chiusura del sipario.

Insomma, non hanno potuto assistere allo spettacolo proprio coloro ai quali era rivolto. Il regista Driss Rokh infatti, già durante la conferenza stampa di giovedì 26, aveva sottolineato l’importanza di lanciare un messaggio a tutti gli emigrati maghrebini: restare in patria, non cullare inutili sogni di viaggi verso terre che ingoiano i nuovi venuti, più che accudirli.

L’intera narrazione dello spettacolo è basata proprio sul dialogo disperato tra due fratelli, entrambi distrutti dalla decisione di cercar fortuna in una Parigi con ancora gravi problemi d’integrazione. Kader, interpretato dall’attore Abdelkebir Rgagna, non riesce a trovar pace, rimanendo in un limbo di non esistenza, chiuso tra la voglia di ritornare in patria, l’esser cosciente di non poterlo fare e il senso di colpa per non aver salvato i suoi compagni di traversata. La sua decisione ultima e estrema sarà il suicidio, una soluzione di morte che sembra l’unica via possibile contemplata dal dramma, sia nel senso fisico che morale-interiore, considerando che anche il fratello Habib (Said Bay), per sopravvivere, finisce nella malavita, braccato continuamente dalla polizia francese. Una realtà negativa in ogni suo aspetto quindi quella presentata da Rokh, che usa il teatro per arrivare a coloro che sono approdati in un altro paese e magari hanno avuto fortuna, per invitarli a tornare nel loro paese e aiutare a farlo crescere.

Lo stesso messaggio è stato lanciato da altri intellettuali marocchini, che hanno visto la loro terra impoverirsi di una grande risorsa quale sono i giovani: lo scrittore Tahar Ben Jelloun è sempre stato molto sensibile all’argomento, fin dal dottorato, ottenuto a Parigi nel 1974, in psichiatria sociale sulla confusione mentale degli immigrati ospedalizzati, da cui nacque prima il testo L’estrema solitudine, un insieme di interviste, incontri e storie sull’uomo nella sua condizione di “straniero del mondo”; poi un romanzo, Le pareti della solitudine, scritto nel 1976. Nel suo A occhi bassi la protagonista è invece una ragazza berbera che decide di emigrare a Parigi, città in cui dovrà affrontare lo scontro tra la sua cultura e quella occidentale, che la rifiuta. Ma anche nel più recente Partire l’argomento trattato è l’immigrazione, questo sogno pericoloso che inizia al Caffè Hafa di Tangeri, dove si radunano i giovani disoccupati per guardare le agognate coste spagnole e che vediamo ripreso anche in un filmato delle due interessanti puntate di La storia siamo noi, in cui Jelloun ci guida nel mondo della clandestinità.

Said Bay. Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Said Bay. Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Le due puntate si possono riguardare sul sito del programma, cercando Partire, ritornare e Indigeni della Repubblica: perchè approfondire questa realtà è compito non solo di chi proviene o abita in Marocco, ma anche di tutti i cittadini dei paesi europei, che proprio attraverso la lettura e i programmi televisivi possono prendere coscienza del problema e cercare nuove vie per creare una società multietnica basata sulla comprensione dell’altro.

Tra i vari scrittori marocchini che si sono occupati d’immigrazione troviamo la scrittrice Laila Lalami, che ora vive a Los Angeles e che nel suo La speranza e altri sogni pericolosi ha descritto il viaggio di due uomini e due donne in fuga su un gommone verso le coste europee, cercando di indagare le ragioni che li hanno spinti alla partenza.

Mohamed Bouchane invece, nel suo Chiamatemi Alì, narra la vita e le speranze di un giovane marocchino che arriva a Milano, la città di Gullit, e vive invece la dura realtà della clandestinità e dell’emarginazione, sostenuto solo dalla sua fede in Allah. Anche Leila Houari racconta un viaggio, quello dal Belgio al Marocco e ritorno, che, in Zeida di nessun luogo, assume il significato di cammino alla ricerca della propria identità.

Fortunatamente non tutte le storie finiscono in tragedia e c’è chi, come Ahmed Bekkar, riesce a realizzare i suoi propositi e a raccontarlo: in I muri di Casablanca troviamo lo stesso autore che approda come turista in Sardegna, dove ha alcuni amici, e tenta la via del teatro, riuscendo ad imboccarla e a raggiungere la meta. Certo non un esempio paragonabile alla maggior parte di coloro che arrivano sulle nostre spiagge clandestinamente, rischiando una morte quasi certa, in cerca di un lavoro che non riescono a trovare in patria; tuttavia interessante per avvicinarsi ad un’altra cultura.

Perché il problema principale è superare la paura che insorge quando dobbiamo affrontare il diverso, una paura che tutti provano, anche i più aperti e acculturati. Ce lo confessa anche una importante scrittrice e sociologa marocchina come Fatema Mernissi, che apre il suo libro L’Harem e l’Occidente rivelando come, ad ogni passaggio di frontiera, si senta sempre nervosa e tema di non comprendere gli stranieri. Perché “più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza ti te stessa, e più conoscerai te stessa, più sarai forte”, e quindi, come ultimo libro, non si può non consigliare Karawan. Dal deserto al web della stessa autrice, una guida “alternativa” del Marocco, che invita ad incontrare davvero gli abitanti del paese, perché solo parlando si può produrre uno scambio d’umanità.

Non resta altro che augurare: buona lettura!

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