«Tu spacciare, tu prigione, tu casa». Recita così uno degli slogan della campagna elettorale di tale Lega Veneta che campeggia sui muri di tutta la città di Padova. E poi, il secondo: «Tu produrre ricchezza… tu tenere». Così, con i tempi verbali all’infinito di gusto fascista e coloniale. Questa l’Italia in cui Predrag Matvejević si trova in asilo-esilio dagli anni Novanta, un’Italia che parla di immigrazione «solo in termini quantitativi» e che ha così tante parole per indicare lo straniero da risultare intaducibili in altre lingue: le parole sono le cose, diceva Foucault.

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Predrag Matvejević. Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

L’intellettuale bosniaco, invitato per un incontro durante la Biennale Teatro, si trova in una sala dell’Università Ca’ Foscari di Venezia gremita di gente a proporre le riflessioni che lo accompagnano da tempo: l’identità Mediterranea e quella Europea, il ruolo e il rischio degli intellettuali e della cultura, le possibilità raccolte e mancate in termini politici, i Balcani e la loro guerra. Con la sua dolce fermezza, Matvejević racconta ed analizza, con dedizione e tenacia: parla di Europa, della sua identità e di quella dell’Altro. Cos’è l’Alterità dopo la caduta del Muro di Berlino? Chi sono gli altri? Se Europa dell’Est era un termine ideologico a designare una divisione politica, poi diventata Europa Orientale o l’altra Europa, qual’è il rapporto che oggi la UE vuole inastaurare con l’altro da sé?

Matvejević parla dell’utopia di pensare l’Europa come un’unione anzitutto culturale e poi commerciale, di pensarla come luogo accogliente anziché arrogante. Nelle sue parole, velato, un senso di sconfitta: quello di chi ha lavorato e lavora per la realizzazione di quest’idea di condivisione; lui, da sempre schierato per un socialismo dal volto umano, che ha creduto nella Jugoslavia come in un’idea rivoluzionaria, aperta, di scambio, guarda al mondo di oggi con occhi di disincanto. La Jugoslavia, come egli stesso dice con molta amarezza, non è più possibile, dopo tutto il sangue che è stato versato: rigurgiti nazionalisti e particolarismi rendono Matvejević un pensatore tacciato di tradimento in patria e d’oltraggio dai suoi vicini di casa. La conferenza di Barcellona ha fallito nei suoi intenti per pensare l’Europa in tempi di pace e scambio. La possibilità di una critica diventa così sempre più esigua e a piccola voce; ciononostante, gli intellettuali devono prendersi il rischio, dice Matvejević, che nulla è al confronto con quello che presero i colleghi tedeschi che, come Bertolt Brecht, lavorarono duramente sotto i regimi totalitari.

Matvejević parla, ancora, di come in realtà l’Europa stia cercando di abbandonare la parte povera e improduttiva di sé stessa, i fratelli dell’Est che, con la crisi economica, si trovano in condizione di assoluta necessità: come scrive Andrea Tarquini «E’ triste l’inverno 2009 dei grandi anniversari del Centro-est liberatosi vent’anni fa dal Comunismo – su Repubblica di oggi (Il nuovo muro d’Europa, Repubblica, 3 marzo 2009) – Due decenni dopo la rivoluzione polacca e la caduta del Muro di Berlino, dieci anni dopo l’ingresso delle nuove democrazie nella Nato e cinque anni dopo l’allargamento della UE, venti di paura tornano a soffiare gelidi e minacciosi a oriente della ex cortina di ferro. Ma per la prima volta soffiano da Occidente, non da Mosca. Il no del vertice UE a piani di aiuti per i nuovi membri, la paura del centro est per il brutale protezionismo di Sarkozy che invita Peugeot-Citroen a “licenziare prima a Praga che a Parigi”, il crollo degli ordinativi della moderna industria risorta per l’export dopo il 1989, l’esposizione delle banche in pugno ai big occidentali tentati di disinvestire, riportano nella Nuova Europa, sullo sfondo della grande crisi finanziaria, l’incubo rosso del Generale Inverno».

L’Europa che ha aperto l’ingresso ai nuovi Stati, per motivi prevalentemente economici (si veda, in tal caso, l’esempio rumeno), ora chiude, in preda al terrore di perdere privilegi e benessere, dovendo spartire con altri lo schiaffo della crisi. La reazione a questa imminente chiusura è, come segnalato da Tarquini nella sua inchiesta, una forte ripresa di odi e nazionalismi di stampo neonazista, che sfilano per le strade ungheresi come polacche dotati di milizie paramilitari non autorizzate e slogan antisemiti. Un terribile “ritorno del passato”, come lo definisce Matvejević, che, al contrario della chimera di un ritorno al passato, esprime la possibilità di tragedia e conflitti.

L’intellettuale di Mostar, spesso tacciato di pessimismo, si definisce “realista”, poichè ha già vissuto sulla propra pelle e nella propria storia tutto questo: un realismo che ci fa da specchio, che potrebbe dirci qualcosa di profondo sulla direzione che il nostro Paese sta battendo. Se davvero volessimo guardarci allo specchio, forse potremmo accorgerci che non siamo così lontani dal panorama ungherese : crisi economica e quindi svolta nazionalista securitaria, con le frontiere chiuse e le ronde (non è una parola fascista?) di sorveglianza approvate legalmente. In Italia c’è una democratura, ottima mescolanza tra democrazia e dittatura, che nasconde dietro a stupri ed ansie securitarie un crollo economico senza precedenti. Matvejević ricorda l’immagine che apre il Ponte sulla Drina del Nobel bosniaco Ivo Andrić: un uomo, trapassato da parte a parte con un palo che lo infilzasse a pubblica gogna perchè aveva osato ribellarsi. La cristianissima Europa ha potuto vedere la nascista del Rinascimento perchè per cinque lunghi secoli i famigerati fratelli dell’Est arginavano l’Impero Ottomano. Ed, in omaggio all’identità cristiana stessa dell’Europa, Matejević chiude il suo intervento ricordando il Vecchio Testamento, come monito per il futuro e per la pace: «Non molestare lo straniero, perchè anche voi foste stranieri in terra d’Egitto».