Tante parole sono state dedicate al Mediterraneo, a questo mare che unisce e divide terre diverse, durante la Biennale Teatro sul Mediterraneo, iniziata nel 2008. E, in effetti, quante immagini, nomi famosi, leggende, miti, libri, casi di cronaca, tragedie, problemi e belle vacanze vengono in mente solo a sentirlo, questo nome: Mediterraneo.
Le ritroviamo tutte in questa Biennale, nessuna esclusa, ma con un dato che merita di essere sottolineato.
In scena, finora, un Arlecchino diventato un immigrato algerino grazie alla rilettura che Andrés Lima (Spagna) ha fatto del goldoniano Arlecchino servitore di due padroni, abbiamo letto le e-mail della generazione perduta di Nikita Milivojević (Serbia), per poi ascoltare le sofferenze dell’immigrazione che Driss Roukhe (Marocco) ha raccontato nel suo Bladi mon pays. Affianco a queste compagnie straniere, molti i registi italiani che hanno affrontato il tema del Mediterraneo, nelle sue più disparate sfaccettature. Davide Livermore ha affrontato la lingua franca di un libretto scritto da De Zogheb negli anni Sessanta, in una divertente e cantata parodia della storia delle sorelle Brontë. De Fusco ha riproposto L’impresario delle Smirne di Goldoni senza volutamente attualizzarlo, nel quale Venezia e la Turchia compaiono solo negli stereotipi più turistici che le contraddistinguono. Dal gioco dei doppi dell’inglese Virginia Woolf – proposta da Pagin nel suo Orlando – si è tornati a un altro impresario, questa volta delle Canarie, con il lavoro della Scuola Silvio d’Amico sui versi di Metastasio.
Anche i Pantakin, a Mestre, restano piuttosto fedeli alla tradizione con la “tragicommedia dell’arte” Otello, mentre Massimo Popolizio, a Marghera, mette in scena un’inedita e fenomenale versione del Pluto di Aristofane. Si ritorna nel centro storico per essere catapultati nella storia mitica e arcaica del popolo sardo, narrata da Marco Parodi attraverso le parole di Sergio Atzeni, per poi approdare nella Napoli del ’43 di Erri de Luca in Morso di luna nuova, in una poetica atmosfera neorealista d’altri tempi. Infine, mentre a Treviso Susanna Attendoli analizza, nel suo laboratorio, i recitativi del Don Giovanni di Mozart, Emiliani affronta il non-mito di Ulisse che Alberto Savinio scrisse nel ’23, in chiara contrapposizione a D’Annunzio.

Da questo sintetico excursus sulla programmazione fino ad ora offerta dalla Biennale, emerge una tendenza, da parte delle compagnie connazionali, ad affrontare l’aspetto più mitico, epico e poetico del Mediterraneo. Fatta eccezione per il Gruppo Ponte Radio, che ha lavorato con dei ragazzini della Palestina, soggiornando a lungo in quei luoghi e dando inizio a un progetto triennale su i colori del Mediterraneo, anche la conferenza stampa di ieri ha ampiamente confermato questa linea guida nelle scelte drammaturgiche e registiche degli invitati italiani al festival.

La scelta è tra un Mediterraneo odierno in burrasca, che, ad ogni onda, scaglia sulle spiagge contraddizioni, problematiche, scontri, cadaveri; e quello dell’età dell’oro, culla di una civiltà immensa, con le sue isole e le sue coste feconde di cultura e storie senza tempo. E in questo Mediterraneo mite sembrano decidere di voler navigare tutti i registi italiani in cartellone, scandagliandone il passato, i personaggi che lo hanno reso immortale, spesso in maniera divertente, altre volte molto intellettuale, ma mai veramente attuale. Un Mediterraneo tutto occidentale, pacifico, benestante, di cui si affrontano solo le acque già conosciute, certo ricercando forme diverse, originali, inedite, ma mai allontanandosi troppo dalle coste della nostra penisola. Un Ulisse ormai in pensione, stanco, che vuole godersi la sua bella Itaca e dimenticare le sofferenti ed emozionanti avventure passate.
Un teatro italiano che sembra volersi scollegare dalla cruda realtà per rifugiarsi in qualcosa di bello, raffinato, ben studiato ma lontano dal presente, riparandosi in un divino anacronismo di velluto rosso, nel quale il rumore del mare si sente solo in lontananza.