Perché sia possibile il dialogo è necessario condividere un codice di comunicazione. Chi, in queste settimane, ha seguito il Festival Internazionale del Teatro ha incontrato linguaggi teatrali diversi, ma anche differenti idiomi: dal greco antico della Medea di Euripide letto da Irene Papas; allo spagnolo di Argelino servitor de dos amos; al serbo di Winter Gardens, fino a Bladi mon pays, che ha portato l’arabo e il francese dei territori magrebini. Oltre alle lingue straniere più consolidate, si è ascoltata la lingua “franca” delle Sorelle Brontё e l’italiano classico di Metastasio nell’Impresario delle Canarie.
Ma ad emergere sempre più sono i dialetti della nostra penisola che contribuiscono non poco a colorire e caratterizzare le sonorità mediterranee: la combinazione di romano, marchigiano, campano e veneziano dell’Otello della compagnia Pantakin; il romano della molto ben riuscita versione di Stefano Ricci e Gianni Forte del Pluto di Aristofane, fino ad arrivare al semplice e genuino napoletano di Erri De Luca in Morso di luna nuova.

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Lo spettatore  medio difficilmente comprende francese, arabo e serbo, ma nella fruizione dello spettacolo in lingua straniera è aiutato – o forse anzi paradossalmente ostacolato – dai sottotitoli. Ma quando si tratta dei dialetti italiani, spesso altrettanto incomprensibili, non ci si serve di altri supporti per la comprensione se non l’intuito e la pura percezione. Ma è davvero necessario capire letteralmente ogni parola per far si che arrivi il senso? In fondo no, il singolo termine non conta: quando l’attore riesce a rendere l’emozione, l’immagine o rispondere con il giusto ritmo, allora l’operazione è riuscita.

Anzi, spesso è proprio il gergo dialettale a rendere più concrete, semplici e probabili le atmosfere e le situazioni, forse per la specificità culturale che loi rende unico. Assurdo immaginare di togliere il dialetto ad uno spettacolo come Plutos, operazione che probabilmente ne farebbe perdere il senso. Il napoletano scritto e voluto da Erri De Luca in Morso di luna nuova è essenziale e in questo caso anche di necessario valore per l’identità sociale che è presa in causa: la Napoli del ’43. Oltretutto a volte – come ama ripetere Peter Brook – la sonorità e la musicalità di una lingua possono trasmettere anche di più in mancanza della sua comprensione logico-razionale.

Nel 40. Festival Internazionale del Teatro i dialetti italiani caratterizzano la pluralità e la ricchezza della nostra penisola, specificità che a volte sono fonte di divisione e di isolamenti in mondi che restano preclusi agli estranei. Ma altre volte è proprio la peculiarità di un linguaggio ad arricchire lo scambio e il dialogo. Emerge la bellezza della diversità – anche linguistica – e si rinnova il desiderio di non perderla.

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