Virgilio Zernitz e Antonio Salines, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Virgilio Zernitz e Antonio Salines, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Nella messa in scena di Capitano Ulisse l’esplicita intenzione di Giuseppe Emiliani di appropriarsi del mondo di Savinio rasenta la perfezione. E’ una vera e propria attuazione, letterale verrebbe da dire, del manifesto del Teatro d’Arte di Pirandello per cui Savinio nel 1925 aveva scritto il testo, e questo forzando le intenzioni dello stesso autore.

 

 

Se la regola numero uno era che l’autore non doveva essere escluso dall’esperienza della creazione dell’opera, ecco che Emiliani rende Savinio riconoscibile sul palco nei panni del narratore-demiurgo, l’ottimo Virgilio Zernitz, che in un gioco di metateatro, disloca sapientemente il pubblico rispetto allo scorrere fluido dell’azione con ragionamenti, osservazioni, interlocuzioni.

Come dichiara il regista, è un’estensione personificata all’interno della sceneggiatura della prefazione, scritta dallo stesso Savinio, che ha accompagnato la pubblicazione del testo.

Se la regola numero due era quella di favorire il coinvolgimento dell’attore con lo spettatore con accorgimenti scenografici, quali la presenza della scaletta tra palco e platea, o dei palchi di proscenio, ecco il teatro Goldoni allestito ad hoc, e l’agile utilizzo da parte degli attori di queste strutture. Il teatrino in cui si muovono i nostri protagonisti sul palco è in simbiosi estetica con il teatro tutto, e il rapporto di continuità è marcato dalle frequenti entrate in scena degli attori dalla platea, ma anche dall’uso di particolari espedienti, quali ad esempio il puntamento di un enorme faro sul pubblico immaginato come la distesa del mare. Anche le scene, i colori, gli oggetti, così come alcuni costumi riproducono il modello saviniano, evocando puntualmente quadri e immagini dell’artista.

 

Marzia Postagna e Cristina Sarti, foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Marzia Postagna e Cristina Sarti, foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

 

Allora, quella che è dichiarata come un’estensione della riflessione saviniana all’interno della sceneggiatura, risulta alla fine negli effetti una vera e propria invasione di campo: Savinio deborda, straripa, e il timore di assistere alla parodia del dannunzianesimo, circoscritta intelligentemente al simpatico gesto della Gravina/Circe/Calypso che entra in scena attaccata alla tenda/sipario, si trasforma nella consapevolezza di assistere più che altro all’espressione del più alto ‘savinianesimo’.

 

L’esito è Savinio elevato all’ennesima potenza! La critica al formalismo estetico di D’Annunzio che alimenta l’intenzione dello splendido testo di Savinio paradossalmente, nella messa in scena di Emiliani, si rovescia in una esasperazione di tutto ciò che qualifica il nostro autore. La cura filologica della regia risulta eccessiva, e in questa aderenza si compie il tradimento più grande al modello: Savinio all’ennesima potenza non è più Savinio, ma la sua esasperata caricatura. Il tradimento più grande si compie proprio nel tentativo di realizzare la massima fedeltà…

Quello di Emiliani risulta, dunque, un approccio un pò troppo teorico, cerebrale all’opera di Savinio; quanto sfugge è proprio la sua anima, e la prova di questo sta nel fatto che la rappresentazione non prende allo stomaco, ma arriva dritta dritta alla testa.

Ora, il teatro per riuscire deve arrivare sapientemente allo stomaco e investire di emozioni. Detto ciò, posto che di questi tempi a teatro anche solo i voli pindarici sono un lusso che raramente ci è dato provare, rendiamo grazie a Emiliani che ha avuto il coraggio di portare in scena Savinio: in questo caso meglio l’eccesso al difetto!