Gianni Di Capua, Carmelo Alberti; foto di Zaira Zarotti

Gianni Di Capua, Carmelo Alberti; foto di Zaira Zarotti

Un film è un falso per definizione. Il film è il mondo della lusinga; è fabbrica, inimitabile e insostituibile, di sogni, passioni, emozioni e misteri. Anche quando vuole dire il vero, quando intende documentare una realtà specifica, lo fa fabbricando una finzione, una simulazione, un falso. Il cinema è una costruzione, un artefatto dell’uomo, il quale si esprime dal suo angolo visuale. Mentre il mondo si caratterizza per la sua presenza, il racconto è sempre nel segno del dopo e dell’altrove. Il cinema delle origini è, anch’esso, un ibrido tra documentario e finzione. Il film sugli operai al termine dell’orario di lavoro è un finto vero. I fratelli Lumière, ne L’uscita dalle fabbriche, infatti, girano due volte la scena perché la prima presenta difetti di esposizione. Ma il cinema racconta storie e, nel suo raccontare, è tanto più vero della vita. La realtà non è nulla, non ha nulla da raccontare. Affinché diventi conoscibile, il mondo deve essere narrato: qualunque cosa, per esistere, ha la necessità di essere rappresentata. Proprio da questo bisogno di registrare e consegnare alla memoria il Laboratorio Internazionale del Teatro, svoltosi nell’ottobre-novembre 2008, è partito il progetto di Gianni Di Capua, che ha coordinato gli studenti del Tars di Venezia, allo scopo di realizzare una serie di cortometraggi, proiettati ieri pomeriggio all’Auditorium Santa Margherita.

“Oggi più che mai è importante raggiungere nuovi pubblici – ha spiegato Di Capua, introducendo la proiezione -, comunicare il teatro, anche grazie alle nuove tecnologie. Motivo per cui abbiamo scelto di realizzare prodotti idonei alle piattaforme del Web 2.0, ovvero di breve durata”. La rivoluzione tecnologica ha posto l’individuo al centro del sistema, sempre in contatto con dati, informazioni, contenuti, che continuano a moltiplicarsi. Televisioni digitali, internet, cellulari e web Tv sono solo una nuova frontiera che sarà varcata a breve. E tutti veicolano oggetti. Un filmato può attraversare tutti questi canali. Ma una sequenza di immagini, parole, gesti, emozioni su uno schermo non è una semplice serie di dati. Ha scritto Sergio Liscia, studioso delle nuove forme comunicative, nel suo libro Cinema, tv e next media: “Il cinema conserva, in ogni caso, il suo ruolo specifico di risposta sociale alla mai appagata pulsione antropologica verso la narrazione per immagini, assolvendo in modo dinamico al suo compito di tramite del moderno epos”.

Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

In un momento in cui la cultura viene tradotta continuamente da un formato a un altro, a essere ridisegnate sono anche le frontiere del mezzo cinematografico, ovvero i modi d’uso della telecamera per scoprire, prima (nella ripresa), e rappresentare, poi (nella post-produzione), un avvenimento che si vuole tramandare. I filmati devono essere più leggeri e sintetici, il montaggio più veloce e i contenuti più immediati. Questa la sfida degli studenti del Tars, che avevano il compito di documentare tanti laboratori, cercando di cogliere i momenti chiave, le situazioni più rappresentative, ma non solo. Raccontando essi stessi, con il loro punto di vista, una storia.

Una storia di incontri, emozioni, arte, persone che si sono messe alla prova, lavoro e passione. Una storia che si deve narrare, perché merita di essere consegnata al futuro. Comunicare lo spirito di un laboratorio non è una cosa semplice. Si rischia di non capire, perché troppo al di fuori, o di essere troppo coinvolti. Per questo, il documentario è un genere che sfugge e si modifica in continuazione, uno dei pochi che non rimane ingabbiato nelle regole estetiche, ma è fatto di pratica. È la forma più soggettiva di cinema, non in senso intimistico, ma perché implica un punto di vista molto forte. I non-fiction film, infatti, si incaricano di riportare aspetti di realtà, si basano sulla vita vera, la documentano, assumendosi una responsabilità maggiore. Motivo per cui necessitano di uno sguardo forte, una voce che indichi un percorso. Nella sala, al buio, si assiste a una finzione. Si sta in silenzio e si guarda un racconto per immagini. Una storia che non può riportare indietro il passato, ma che, se fatta bene, è in grado di evocarlo.