foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

‘I simulacri sono più potenti di coloro da cui si sprigionano’: questo un frammento tratto dal racconto inedito di Roberto Calasso Il giavellotto dalla punta d’oro adattato alla scena da Giorgio Marini e presentato ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia per il 40. Festival Internazionale del Teatro della Biennale.

Ma affidiamoci interamente all’autore del testo e alla sua sapienza per addentrarci nei meandri labirintici del mito.

I simulacri sì, sono più potenti di chi li crea, eppure, o proprio per questo, ‘il sogno più antico e più efferato del mondo..è quello di rendere cosa il fantasma’ scrive ancora Calasso ne Il guanto di Gilda, un bell’articolo sul cinema contenuto nella raccolta La follia che viene dalle Ninfe.

I simulacri sono già, sono prima, e più precisamente, non sono creati ma irrompono, sono malgrado noi, chiedono all’uomo di farsi gesto e immagine, perchè questo è il loro linguaggio, la loro forma espressiva primaria. L’uomo allora può solo accoglierli e renderli cosa. Il rischio, a posteriori, è quello di peccare sulla loro natura, misconoscerla, non comprenderla. Chi ha peccato sulla loro natura, ci ricorda Calasso richiamandosi al Fedro di Platone, è chi ha commesso una colpa nei confronti del mito: chi ha preso alla lettera il simulacro, confondendo il reale con l’immaginale. Quale la punizione allora per chi ha commesso questa colpa? E’ la perdita della vista , della facoltà di vedere immagini, la cecità; come il poeta Stesicoro che diventa cieco per aver scambiato il simulacro di Elena di Troia per la vera Elena.

La facoltà di creare mito, di vedere immagini e di vedere per immagini, fa continuamente i conti con il pericolo della riduzione del metaforico al letterale: l’istinto ineliminabile di rendere cosa il fantasma, il gioco eterno che soddisfa la necessità stessa di mito e la cifra della sua doppiezza. E’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda, ma che in questa girandola crea veri e propri mondi.

Ma se il mito per sua natura fa resistenza alle maglie strette del letteralismo e dell’interpretazione univoca, ne consegue che, o se ne parla e si fa della scienza del mito (mitologia), o lo si riscrive, come fa Calasso nel suo racconto, per leggerlo o metterlo in scena, teatro o cinema che sia.

La riscrittura, nell’esito più riuscito, non sarà mai ripetizione della stessa storia ma continua variazione, non sarà mai il racconto di un solo mito ma sarà sempre un intreccio di più storie: quindi nel nostro racconto, Procri trascina con sè Cefalo, ma anche Minosse e il Minotauro, ma anche Afrodite e Artemide…e la processione non finisce qui.

I miti, le diverse storie che si incrociano rappresentano i molteplici volti di uno stesso personaggio: la Procri che conosce Cefalo non è la stessa che frequenta Minosse, così la Procri devota ad Afrodite è l’esatto opposto della Procri devota ad Artemide; in una stessa immagine si condensano identità contraddittorie, Procri lasciva e insaziabile d’amore coesiste con Procri guerriera e virginale, refrattaria ad ogni contatto maschile.

La superiorità del mito sul logos si esprime anche in questa capacità di mostrarci tante verità diverse, coesistenti e tutte legittime.

Sulla scena questa verità molteplice e frammentata che il mito ci dona sembra resa da Giorgio Marini con una scelta registica precisa: il testo è raccontato integralmente ma a sua volta frammentato e distribuito tra le voci di tutti gli attori sul palco. Le frasi spezzate si ricompongono nel concerto di voci diverse che si alternano e ripetono come nella struttura di un coro, e sono costruite con il ritmo di una partitura musicale. Il racconto così si distribuisce nello spazio, dislocato e frammentario; scarnificato diventa soprattutto immagine e gesto, evitando di risolversi in narrazione. L’effetto è straniante, può non piacere, può distrarre dal senso della trama che le vicende raccontano, può risultare declamato nel tono, pur nell’effetto di sottrazione che inevitabilmente provoca, ma risulta alla fin fine coerente, almeno nella struttura, alla forma espressiva del mito. Il testo si fa immagine e gesto.

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti