Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Intervista a cura di Silvia Gatto e Anna Serlenga

Incontriamo il gruppo Ponte Radio venerdì, due giorni prima dello spettacolo Nero Inferno (Teatro Piccolo Arsenale, 1 marzo 2009), durante una pausa pranzo: il ristorante di fronte al teatro è pieno di gente, ma soprattutto di bambini. Una tavolata allegra, vivace, che alterna bolle di sapone a canzoni arabe che escono dai telefonini. I bimbi di Jenin sono sorridenti e vivaci, giocano all’uscita del ristorante con i ragazzi del gruppo ravennate che non si risparmia mai, in una relazione che è alla pari e serena. Ci diamo appuntamento per il giorno seguente: sarà una lunga chiacchierata, personale ed informale con Alessandro Taddei. Ne riportiamo qui una sintesi.

Come è nato il Gruppo Ponte Radio?

Prima noi facevamo “bottega” in una compagnia di Ravenna. Ci siamo conosciuti in occasione di uno spettacolo in cui Enrico (Caravita ndr) era attore ed io compositore musicale, perché a Ravenna ci eravamo incrociati ma mai frequentati. All’interno di quella compagnia iniziamo a crescere e a collaborare tra di noi, finché un giorno – c’era allora un ragazzo che lavorava come organizzatore teatrale – ci venne proposto di partecipare ad un bando della Coop per un lavoro che fosse incentrato sul sociale ed artistico. Noi non sapevamo bene cosa scrivere, e lo lasciammo nel cassetto.

Nel frattempo mi trasferii qualche mese in Irlanda. Tornato in Italia, siccome non riuscivo a telefonare agli amici irlandesi perché costava troppo, creammo due radio: una in Italia e una in Irlanda. E quindi ci inventavamo una trasmissione radiofonica scritta, un po’ come le favole della buona notte di Radio Alice, la radio indipendente di Bologna degli anni Settanta. E c’è un altro fatto da considerare: molti anni prima ero stato a Pančevo, un paese vicino alla Serbia, dove come giornalista volevo raccogliere materiale sulle bombe buttate sulle industrie chimiche. E poi, per campare, facevo laboratori con i bambini. Allo scadere di quel bando, dunque, non avevamo ancora idea di cosa scrivere. Ma unendo tutti gli elementi, Enrico ha avuto un’idea: potremmo fare che due scuole diventano due radio; sarebbe bello farlo con una scuola italiana e una di un altro paese. La scuola italiana è stata quella di Alfonsine: scegliemmo Alfonsine perché è una città resistente, dove, ad esempio, più del 70% della popolazione ha votato al referendum sulla procreazione assistita. E poi mia nonna era di lì, ha fatto lì la partigiana…
Dovevamo quindi scegliere l’altra città, per fare il ponte radio, il collegamento: scegliemmo proprio Pančevo perché la conoscevamo. E perché a Pančevo, ancora oggi, il dramma della guerra e del dopoguerra – lo bombe sulle industrie chimiche – hanno portato un disastro ambientale incalcolabile. Avremmo quindi lavorato, per il primo anno, sul tema dell’ambiente. Così formulammo il progetto Coop: due scuole elementari si incontrano, come due radio. L’idea era quella di filmare tutto e montare i due video e mandarli sul satellite, in modo tale che si potessero incontrare. Ma in realtà, perché non avevamo soldi, non potevamo trasferirci a Pančevo: quindi pagammo due insegnanti perché lavorassero dall’altra parte, mentre noi avremmo iniziato a lavorare ad Alfonsine. Era nostra convinzione che i bambini avessero una capacità comunicativa e ricettiva tale che, lavorandoci assieme, potevi forse anche arrivare al cervello degli adulti, dei loro genitori, e quindi della società civile. Ma se l’interesse di fondo di tutto il nostro lavoro è sempre stato quello far da ponte di collegamento, non posso negare che ci premeva far arrivare il nostro percorso in Italia: siamo italiani e la rivoluzione te la fai in casa, non la vai a fare a casa d’altri. Così è cominciato il nostro viaggio. Perché ad un certo punto ci hanno chiamato per comunicarci che avevmo vinto il bando: cominciamo i laboratori, cominciamo a fare il filmato. Poi prendiamo un teatro, ad Alfonsine, montiamo il satellite. Doppio appuntamento: Pančevo in attesa davanti alle televisione, noi in attesa davanti a un maxischermo. Un mucchio di gente a teatro. Una TV ci dà il satellite gratuitamente. Accendiamo il canale, parte “la battaglia del gas in Bolivia”! Paranoia! Dopo 5 minuti, per fortuna, viene interrotta la trasmissione sul gas e parte Ponte Radio…

Ci raccontate il vostro progetto di Jenin?

E’ difficile riuscire a mettere in piedi qualcosa di serio in Palestina perché è un posto “a tempo determinato”: dove arrivi, ma poi te ne vai… La nostra idea invece, con questo progetto triennale, è che per un paio d’anni i bambini siano ancora protetti: non un progetto a breve termine quindi. La prima volta che sono andato a Jenin sono rimasto incantato dai tetti dei palazzi, perché là si svolge tutta la vita. Mangi sui tetti, fai la grigliata, stai con la gente, parli con loro. Quando fa sera tutto quel che puoi vedere sono poche lampadine, mentre di fronte vedi milioni di luci: Israele. Per questo la scelta di usare, in scena, solo 13 lampadine, di non utilizzare fari da teatro: non sarebbe stato vero. La verità è che in Palestina hanno poche luci e la poca luce che c’è gliela passa Israele, però quelle poche luci sono bellissime. Per cui, da questa suggestione, è nato tutto il progetto triennale. Si chiama Trilogia quasi dantesca, inseguendo una metafora. Il primo spettacolo, Nero, rappresenta la materia, la realtà: i pannelli che si muovono, i bambini che fanno “cose”: è tutto molto reale e vero. Rosso (la seconda tappa della trilogia, Berlino, comunità turca di Kreuzberg, ndr) per noi è il momento in cui la realtà incontra l’immaginazione, quindi è il momento in cui si sdoppia ma non si incontra ancora con il reale. Il corpo ha la sua proiezione nell’ombra. Il lavoro con i bambini, per Rosso, sarà giocato in un primo momento con le ombre; poi si svela il corpo, ma è ancora soltanto una percezione. Nella terza parte, che è ha come protagonista il Libano, dal titolo Bianco, il Paradiso è semplicemente il completamento della realtà con l’immaginazione. Per fare questo sdoppiamento tu devi usare per forza di cose due persone: gli italiani ed i libanesi insieme.

Perché la comunità turca di Berlino, e non la Turchia?

La scelta è quella di guardare nel cono d’ombra. Se vai in Turchia e lavori con i turchi è come andare in Palestina e lavorare con gli israeliani. Allora, a questo punto, è molto meglio se vai a lavorare con i curdi, gli armeni, qualcuno che ha realmente bisogno, perché comunque lo fai anche per cercare di dare una valvola di sfogo a queste persone. Non lo fai semplicemente per una questione artistica o teatrale. in realtà, è molto più facile lavorare in Paesi come la Palestina: ci vuole più coraggio a lavorare seriamente ed onestamente in Israele, per esempio, o qua in Italia. Ma noi, alla fine, lavoriamo sempre qua, nel senso che il punto d’arrivo è sempre l’Italia. Anche perché da tutti questi progetti e lavori è nata un’Associazione che si occupa, ad esempio, della tutela dei diritti della scuola pubblica. E questa associazione ha riempito un aereo, adesso, per venire a Berlino il 5 marzo ad incontrare la comunità turca di Kreuzberg con i loro figli e i ragazzini palestinesi di Nero. Sarà un vero incontro, un incontro di culture.

Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

Lavorate sempre con i bambini?

Ponte Radio lavora solo con bambini, ma guardando al riflesso di questi spettacoli sugli adulti. Ma esiste anche l’Ensemble Ponte Radio: un altro gruppo di persone, che lavora con la musica, con il teatro – da 10 anni – e anche per questo gruppo c’è un progetto triennale di lavoro sulla lingua, in particolar modo il siciliano, preso non da un punto di vista filologico, ma di ricerca linguistica sul dialetto. Abbiamo scelto il siciliano perché abbiamo incontrato in Palestina le poesie di Salvo Basso: e le musiche di queste canzoni venivano fuori come niente sulle sue parole. Ci interessa capire, anche attraverso il dialetto, come creare un’emozione: perché, alla fine, è questo che fa il teatro. Cos’è che piace ai bambini del teatro? La magia, il sogno…
Ecco allora l’immaginazione che incontra la realtà: far tornare il teatro nella sua dimensione di sogno. Questo deve fare il teatro, altrimenti o diventa una banca o una posta, o un luogo deputato semplicemente allo sfruttamento degli altri… Cerchiamo di fare teatro in un’altra maniera. E poi, prima di tutto, ci piace lavorare insieme.

Il vostro lavoro si può definire politico?

Sì, certo. La politica è una cosa seria, oggi più che mai. Non quella partitica, ma la dimensione politica più sincera. Penso che la politica sia importante e che la gente debba tornare a fare politica, cioè a parlare con un senso. Avere un senso dell’impegno: qualcosa che significa semplicemente “aver cura di”. Questo è un impegno politico: un senso di protezione. Proteggere qualcuno è importante: proteggere questi bambini perché non sembrino delle scimmie da circo è la prima cosa. Non è importante che lo spettacolo sia fantastico, ma che questi bambini stiano bene. Per me è importante che lo spettacolo sia bello, e lo sarà se questi bambini stanno bene, se non vengono trattati da scimmie. Ma proteggerli significava, innanzi tutto, costruire un percorso pulito: ad esempio non farli incontrare con la comunità ebraica di Venezia, perché sarebbe stato un gesto ipocrita. Nello spettacolo abbiamo lavorato per sottrazione, cercando l’essenzialità: qualcosa che non significa inseguire la semplicità del Piccolo Principe, ma semplicemente essere onesti. E più di così, in questo spettacolo, molto sinceramente non potevamo fare…