Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Un palcoscenico in forte pendenza, cintato, sulla quarta parete, da un telo semitrasparente bianco. Dietro al telo, una sedia, piccola; luci di taglio che evidenziano la sagoma dell’attore narratore, Alessandro Baldinotti. Sulla superficie del telo si alternano immagini fotografiche, che punteggiano il Racconto mediterraneo. Lo spettacolo Midrash / Hikayát – Racconto sul Mediterraneo, edizione scenica del Breviario mediterraneo di Predrag Matvejević, vorrebbe essere molto fedele alla musicalità e alla forza poetica del romanzo: gli attori, cui è affidata la narrazione, recitano il testo in terza persona, in una dimensione fortemente descrittiva. Il narratore rimane sempre in scena, seduto sulla piccola sedia: ci racconta, come l’autore, le sue sensazioni ed emozioni, le immagini che evocano viaggi, gli incontri; ogni personaggio suggerito appare poco dopo sulla scena, incarnato da un attore diverso, a continuare la descrizione, minuziosa, del romanzo. L’adattamento drammaturgico del Breviario, curato dal regista Salvino Raco e dall’autore stesso, sembra però carente proprio di “teatralità”: quel che è mancata, infatti, è una “traduzione” del romanzo efficace per la scena; la drammaturgia è priva di azione, nulla succede qui e ora. Il problema non è inerente alla scelta di portare un romanzo, di certa qualità poetica peraltro, sulla scena. Questa operazione non è affatto nuova, come dimostra ad esempio Quel pasticciaccio brutto di via Merulana, edizione scenica dell’omonimo romanzo di Gadda per la regia di Luca Ronconi: anche in quello spettacolo il regista scelse una narrazione in terza persona: l’azione però non viene meno, e neppure la vitalità intetpretativa. Ronconi stesso, parlando dello spettacolo racconta così la sua direzione attoriale: «Il fatto che i “personaggi” parlino di sé in terza persona non toglie nulla alla loro urgenza emotiva». La regia di Salvino Raco ha invece scelto per gli attori un modulo recitativo piatto, come in una litania, ed ha eliminato quasi ogni movimento o accadimento scenico. Ne risulta così un racconto monocorde che, anche se accompagnato ad un testo di forte lirismo, non riesce a comunicare un’azione o un’invenzione teatrale: i pochi gesti degli attori si limitano a sottolineare, in modo quasi didascalico, i racconti, cui si aggiungono le immagini proiettate, che, seppur esteticamente di valore, non arricchiscono la vicenda, anzi per paradosso la impoveriscono. In una dimensione fortemente descrittiva data dalla drammaturgia, dalla staticità narrativa degli attori, non resta neanche la possibilità immaginativa per uno spettatore cui si sono date troppe coordinate visive perchè possa liberare la fantasia. Potrebbe essere forse più suggestivo ascoltato alla radio, alla maniera dei radiodrammi di Durrenmatt, anche se, togliendo il carattere visivo del lavoro, rimarrebbe in ogni caso l’interpretazione sempre uguale a se stessa, insufficiente per destare attenzione nell’ascoltatore. Perchè si ottenga l’attenzione dello spettatore bisogna portare della vita sulla scena: l’importanza e l’urgenza di un racconto o di un’azione che è eccezionale ed unica, cui assistere con curiosità. Ma qui, purtroppo, non succede niente…
Lo spettacolo termina come nella tradizione classica alessandrina, con l’autore in scena, a commentare e dialogare col pubblico: Predrag Matvejević, quest’uomo che comunica fragilità e forza, determinazione e rispetto, riesce a sintetizzare in poche parole il senso ed il valore del Breviario. Valore indiscusso, figlio di una grande sensibilità ed esperienza del mondo. Ma che, tuttavia, risulta più piacevole letto nelle pagine di un libro.

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