foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Se, come Leopardi scriveva nello Zibaldone, «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. […] immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo ed il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo», lo spettacolo Midrash / Hikayát – Racconto sul Mediterraneo, per la regia di Salvino Raco, offre al pubblico numerose occasioni per elevarsi verso quell’infinito che, per il poeta di Recanati, si celava dietro la siepe.
75 minuti di Breviario mediterraneo declamati in una monodia costante dal ritmo vagamente “ecclesiastico”, come se fosse più il celebre breviario di Don Abbondio che quello di Predrag Matvejević, con un “predicatore” (Alessandro Baldinotti) praticamente sempre seduto su una sedia appoggiata su un palco dalla pendenza forzata. Il tutto dietro un tulle-schermo che chiude palesemente la quarta parete, accentuando ulteriormente il distacco che via via si forma tra palco e platea. Le parole scorrono come sillabe di una stessa litania ripetuta all’infinito, suoni senza intenzioni, emozioni, immagini: con il rischio di risultare sterili laddove dovrebbero evocare. E l’apatia regna sovrana: su quel palco in bilico non succede nulla, gli attori parlano ma è come se non dicessero alcunché, ed il tappeto musicale sottolinea questo vuoto con melodie e suoni sempre uguali. Che senso ha prendere un testo non teatrale e proporne, in pratica, una lettura monotonica, statica, poco comprensibile e, forse, decisamente noiosa? Perché proiettare sul tulle immagini che non aggiungono niente, solo perché sono fotografie di un Mediterraneo già ampiamente citato in scena? Forse, possiamo supporre, si voleva con forza sottolineare, con un pizzico d’orgoglio, di non essere andati fuori tema… Ma lo svolgimento lascia, perlomeno, perplessi.

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

E purtroppo non c’erano i Bravi, alla fine della salita, a dire che questo spettacolo «non s’ha da fare»: sagacemente sulla proiezione di un marinaio a torso nudo compare, alla fine, come un posticcio tatuaggio su quell’enorme schiena, lo stesso autore del testo, e l’applauso parte spontaneo. Solo una mosca bianca, uno spettatore raro, esce dal teatro urlando indignato: forse l’ultimo sopravvissuto degli sgherri di Don Rodrigo?