Foto di Fabio Bortot, Alvine Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvine Nicoletti

” Della Poesia/ dissero i poeti/ della pittura/ i pittori. Del silenzio/ disse il sordo/ della parola/ il muto”

In scena al Fondamenta Nuove un racconto, Il giavellotto dalla punta d’oro, scritto da Roberto Calasso a partire dal mito classico di Procri, per la regia di Giorgio Marini.
La scena di Marco Capuano si apre su una distesa di corpi, le ninfe. Una foresta di giavellotti alti fino al soffitto a sinistra, e nell’ombra, in secondo piano sulla diagonale opposta, un enorme elmo: giavellotto ed elmo, entrambi simbolo della storia che gli attori si apprestano a far rivivere. Tutto il palco ricoperto da stoffe e veli, che prendono forma: una volta mare, una sabbia, una vento o, più semplicemente, lenzuola.Uno spettacolo tutto al femminile, un coro di nove svelate ninfe guidate da una coraggiosa Procri (Anna Paola Vellaccio) e una più saggia Artemide (Aide Aste). L’uomo, lasciato in disparte, diviene oggetto di seduzione e scherno. Delle quattro figure maschili presenti in scena solo a Minosse (Pino Censi) è concessa la parola. È proprio questo il punto focale su cui si concentra la regia di Marini: la parola soppesata, sospirata, forse troppo caricata di valore, fa slittare la lente: e l’occhio si perde in cerca del punto di fuga. L’immagine è bella, efficaci i costumi, interessante la scena. Ma il racconto, preso così com’è dalle pagine del libro, eppure frammentato e diviso tra le diverse voci degli attori che lo declamano con piglio serio, sfugge dalla mente dello spettatore. Nonostante gli attori guidino lo sguardo, accompagnando le parole con gesti ed azioni, la narrazione si perde. La prevalenza dello sguardo: ecco a cosa punta il Teatro Immagine, di cui Marini è stato ed è maestro: intento chiaro ma, in questo caso, non supportato da un apparato adeguato. Buone infatti le dissimulazioni che sfociano nel grottesco, ma tutto questo gioco di immagini fa perdere di vista l’idea principale: la vela e la benda, al punto di non mostrarla.

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Anche se non importa più chi abbia veramente donato il giavellotto a Procri, se Minosse o Artemide; e perché Procri sia tornata ad Atene, se per la sua dea o il suo amore,  vorremmo essere ancora con lei e seguirla nel suo viaggio…
Invece tutto sfuma in un gioco musicale, nella ridondanza, e il pubblico corre dietro alla storia, che rimbalza di un ritmo incostante e che non si fa afferrare. Il tempo rallenta, tra uno scarto e l’altro: una lunga partita di tennis intervallata da continui bui scenici, che allontanano man mano gli spettatori sempre più inquieti, frustrati in attesa di un apice, di un cambiamento. La svolta non arriva e il testo continua nel suo lento altalenare fino alla fine. Coraggiosa la scelta di Marini, alla quale forse avremmo preferito una semplice interpretazione agita del testo, una messa in scena del mito, piuttosto che una lettura così rococò…