L’eterno rito dell’applauso: si chiude il sipario, si spengono le luci, si aspetta pochi secondi e il primo coraggioso che inizia a battere le mani e via, tutti insieme ad applaudire. È quanto succede ogni sera a teatro: si applaude alla fine dello spettacolo, seguendo le convenzioni che prevedono un apprezzamento delle persone in sala nei confronti di chi è in scena. L’applauso è uno dei momenti più emozionanti, riesce incredibilmente a far comunicare attori e spettatori, in uno scambio di sguardi pieni di riconoscenza, affetto e gratitudine. Si ringrazia la compagnia per le sensazioni suscitate, per il divertimento, l’impegno, il lavoro svolto: per aver portato, insomma, quella “gioia effimera di una sera” che Cesare Garboli riconosceva nel grande teatro.

Dunque è ancora viva, quella tradizione dell’applauso: troppo spesso adagiata, però, sull’assurdità proustiana dell’abitudine. Non si comprende più se battere le mani sia un obbligo – previsto insieme all’acquisto del biglietto – o se esprima realmente l’entusiasmo di chi ha assistito a una bella pièce. Di fronte a spettacoli che, per qualità o scelte non sempre condivisibili, lasciano basiti – parola molto amata dai veneti che si sostituisce al “rimanere attoniti” –, non comprendere più quale sia davvero il parere del pubblico. Può capitare di trovarsi  seduti affianco a persone che, nonostante abbiano sbadigliato o sonnecchiato tutto il tempo, appena si spengono le luci si sollevano dal letargo e iniziano ad applaudire con gusto. Ma perché battere le mani se non si è seguita la vicenda messa in scena, ma anzi è stata proprio questa a spingere tra le braccia di Morfeo?

Sono diverse le risposte possibili. La prima potrebbe essere che ci si lascia prendere dal sentimentalismo, pensando alle giornate di duro lavoro che i teatranti sono costretti a fare per preparare uno spettacolo. Ma, se lo spettacolo non funziona, esistono due rimedi per combattere questo eccesso di “buonismo”: pensare che se fosse stato realmente un “duro” lavoro qualcosa di buono sarebbe pur uscito; e inoltre, se non si esprime apprezzamento, la compagnia non continuerà a dimenarsi troppo per un risultato alla prova dei fatti discutibile.
Un’altra risposta è data dalla buona educazione dello spettatore che si trasforma in passiva accettazione di ciò che viene offerto – punto questo che riflette molto anche la pagina politica, in cui però non si vuole entrare nel merito. Vale la pena riflettere, allora, sul problema del pubblico italiano: dimostrando entusiasmo nei confronti di tutto ciò che viene presentato, non si stimolano gli artisti ad osare di più, a mettersi in gioco, a presentare lavori che sfidano lo spettatore e loro stessi, che rischiano e che quindi producono davvero spettacoli interessanti e di qualità.

Battere le mani era un metodo già diffuso tra gli antichi romani, usato appunto dalle persone per approvare ciò che si era visto. Si ritorni allora al suo motivo di origine, e che di fronte a un lavoro mediocre venga mostrato il proprio dissenso come succedeva nelle epoche passate o come avviene nella maggior parte dei paesi stranieri. Se il pubblico non è attivo, non si può ricreare quella magia che in teatro solo una reale complicità tra spettatori e attori può regalare.

 

 

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