Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Qualche giorno è passato, da quando è andato in scena Il Giavellotto dalla punta d’oro, elaborazione raffinata del mito di Procri redatta con gusto da Roberto Calasso e portata in scena da Giorgio Marini, con il consueto gusto lirico e poetico. Va detto che il lavoro, che lì per lì poteva suonare ridondante e folle come una gustosa voluta di fumo, torna alla luce come un fiume carsico che si svela all’improvviso, senza badare a ciò che travolge. E allora merita tornare su una operazione che si rivela molto più complessa. Intanto il musicale gioco di spezzettamento del testo, come è nello stile del regista, dichiara una presa di posizione chiara: il mito, oggi, non è possibile se non per evocazione, o per musicalità, per gioco ironico attorno a leggende che non possono più essere prese sul serio.

La rifrazione lenticolare di un caleidoscopio verbale smussa, sfarina, moltiplica, il dettato testuale, privandolo di ogni retorica e al tempo stesso travasandolo in una teatralità che trova nell’attore-risonatore un trampolino per doppi e tripli salti. Il racconto, quindi, che nella lettura al tempo stesso filologica ed onirica di Calasso poteva prestare il fianco ad un paradossale allestimento tra peplum e coltissima citazione, si muta dunque in un concerto dissonante e divertente, che – consentitemi – volentieri “smitizza”, laddove il mito si arrende alla sua impossibilità. Insomma: la storia di Minosse e Procri, del Minotauro e Cefalo,grazie al tocco leggero di Marini assume il ritmo sottile di una danza a Monte Verità, di un gioco di bambini, di una arguta e quanto mai consapevole parodia. Con quel corpo statuario buttato in fondo di un culturista tirato a lucido, con quelle studentesse-ninfe (è ormai assodato, con buona pace di Warburg: le ninfe, oggi, sono le studentesse: acerbe, imperfette, bellissime), con quelle scene imponenti e minimali, teatralissime nell’elmo gigante poggiato a terra ed evocative negli enormi giavellotti che come alberi di una foresta segnavano lo spazio, il tutto su un tappeto di veli barocchi che si mutano in mare o in foresta, il mito si rivela per quel che è: un gioco di prestigio, un incantamento, uno scarabocchio tracciato su una tovaglia da un genio. Insomma, una possibilità. Qualcosa che può aprire menti e suggestioni, che affonda in memorie collettive e immaginari consolidati, che presta le proprie parole a derive (im)possibili.

Procri, allora (la brava Anna Paola Vellaccio) si cimenta con un Minosse (coinvolgente Pino Censi) che pare più che altro sull’orlo di una crisi di nervi: tuttaltro che regale, accetta di buon grado le soluzioni anticoncezionali proposte dalla donna. La faccenda, così, potrebbe risolversi tra spirale e pillolo, se non fosse che gli dei – ma poi chi sono? – tornano a far capolino nell’intricata vicenda. Come Artemide (Aide Aste) che si mette in mezzo alle faccende di letto e desideri dei nostri non-eroi, fino al tragico finale in cui Procri giace trafitta dal suo giavellotto. Lo spettacolo, dunque, nella sua eterea compattezza, è come una suite, un lambiccato e folle castello di sabbia, pronto ad essere mangiato dal mare e nuovamente costruito.