Enrico Fiore, Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Enrico Fiore e Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Sventurata la terra che non ha eroi”, dice l’allievo di Galileo Galilei, nell’opera di Bertold Brecht, per rimproverare al suo maestro l’atto di abiura. Questi, tra sé, risponde: “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Il mondo è ancora un posto che deve essere salvato dal coraggio degli uomini, di quelli che vanno contro, che non si fermano per paura, che hanno affrontato la morte e hanno vinto. Di uomini come il poeta greco Jannis Ritsos. “Ho ancora davanti a me il ricordo dei suoi occhi, determinati, sicuri, ma allo stesso tempo rassicuranti per chi lo guardava”, ha detto di lui il giornalista e critico teatrale Enrico Fiore, durante il suo racconto, questa mattina, presso la sede storica della Biennale.

Fiore ha parlato di un eroe vero, uno che continuava a scrivere nonostante la prigione. Un eroe umanissimo, allo stesso tempo, capace di trasformare le parole in cose, attraverso la personificazione, legando fortemente la natura alla fisicità. Ancorato ai valori della terra, più che ai principi inafferrabili, Ritsos univa rito antico e militanza. “Impastiamo il pane con la polvere da sparo”, diceva. Le sue poesie erano legate alla realtà, all’azione, alla capacità e la voglia di cambiare davvero il mondo in cui abitava. Per questo la lingua utilizzata era popolare, doveva arrivare a tutti.

Il critico Enrico Fiore ha fornito dunque una testimonianza diretta della poetica dello scrittore greco, ma soprattutto ha voluto e saputo raccontare del contesto in cui agiva, delle condizioni della Grecia di quegli anni. Come ha sottolineato il direttore della Biennale, Maurizio Scaparro, che ha introdotto l’incontro, Fiore “ha fatto da ponte tra Ritsos e noi”, e dunque tra passato e presente: un tema, questo decisamente ricorrente nella Biennale teatro. “Abbiamo voluto ascoltare questo racconto alla fine del Festival anche perché poneva una questione aperta fin dall’inizio: quella della lingua”, ha spiegato ancora Scaparro.

Il greco demotico utilizzato dal poeta consentiva una vicinanza con la popolazione, essenziale affinché ci fosse un vero incontro. A proposito di questa necessità, Fiore ha ricordato le motivazioni del 40. Festival Internazionale del Teatro, che si sta per concludere: “Questo Mediterraneo è un intreccio di culture e lingue, è un terreno comune in cui tutto può stare insieme. Basta non dimenticare che siamo fatti della stessa materia, non solo di quella dei sogni. Dobbiamo tornare alla dimensione popolare, alla dimensione della vita”.

 

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